I due Sinodi

ll Sinodo della Chiesa e il sinodo sul Sinodo inventato del giornalismo italiano. Due sinodi che sui divorziati risposati si muovono nel campo dei contrari più che in quello dei sinonimi. Quella che grossolanamente viene chiamata APERTURA (quindi, tradotto, strappo rispetto al passato) e COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI da parte del sinodo giornalistico è un’apertura manco per niente; è, semmai, una libera traduzione del punto 85 da parte del sinodo gemmazione del Sinodo Madre che attacca con le parole di San Giovanni Paolo II, niente di meno. Ergo, nessuna apertura in senso mondano, nessuno strappo, nessuna ricalibratura della misericordia divina al concetto di misericordia (mal)inteso dai tempi, nessun primato del cangiante sull’Immutabile.
La Chiesa, anzi, rinnova in materia una impostazione che ha almeno 30 anni, ritenendola valida come segno di fedeltà a Cristo e alla verità che si compie nella misericordia.

Il punto 85 per comodità andrebbe analizzato in due parti. Attacca dicendo che: “San Giovanni Paolo II ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido».
Fine virgolettato di San Giovanni Paolo II.
Nessuna apertura ma un ribadimento.

Seconda parte del punto 85, consequenziale alla prima:
“È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno.”

Quindi: ESAME DI COSCIENZA. MOMENTI DI PENTIMENTO. CHIEDERSI COME SI SONO COMPORTATI. SINCERA RIFLESSIONE COME VIATICO ALLA MISERICORDIA DI DIO.

Questo per dire che al di là dei diversi casi, anche nei casi più tenui di rottura del vincolo sponsale, l’asticella da saltare è posta molto in alto. Si chiede a chi si trova fuori dal matrimonio, e ambisce alla misericordia divina, di fare qualcosa e di farla per primo. Mettersi in discussione per aprirsi alla misericordia di Dio.
Opinione personale. Sarà la mancanza di questo impulso iniziale da parte di chi intende l’ostia come un diritto dovuto per obbligo sociale, a cui la Chiesa deve conformarsi dentro un’idea mondana della misericordia che esclude la penitenza come il peccato, a poter far crollare le belle parole che il Sinodo ha spesso su un concetto bellissimo e dolce quale il discernimento.

Ancora sicuri che tutto questo si traduca come «La Chiesa apre alla comunione per i divorziati risposati»?

GR

Parole di distrazione di massa, la stepchild adoption

La politica è fatta di astuzie tattiche come quella legata alla prefabbricazione di cavalli di Troia dai connotati pessimi da usare appositamente come condensatore della indignazione collettiva al sol fine di distrarre l’avversario.

E’ il caso della stepchild adoption su cui si registrano in queste ore i minuetti della maggioranza tra Alfano e Boschi. E’ vero, la stepchild adoption è la cartina al tornasole che fa cadere il castello di bugie e finalmente disvela i veri intenti di questo affondo, legati esclusivamente alla legittimazione della genitoralità omosessuale che subordina i diritti dei bambini ai desideri degli adulti. Prendersela tuttavia con la sola stepchild adoption e accontentarsi che venga ritirata la possibilità di adozione del figlio biologico del partner da parte dell’altro convivente nella coppia same sex, significa non aver capito nulla dell’oggetto del contendere.

La stepchild adoption è sostanzialmente un guscio vuoto e solo simbolico su cui poter tranquillamente fare un passo indietro al di là della prammatica dello stracciamenti di vesti da parte del mondo omosessualista. L’imbroglio è altrove ed è il “tutto”. Quell’istituto ieri serviva a rafforzarne le velleità da stravittoria e oggi, visti gli strepitii trasversali da parte di chi ha capito il trucco e la traduzione pratica della formula stepchild adoption, ben si presta a connotarsi come agnello sacrificale all’altare del finto compromesso.

Il problema non è la stepchild adoption ma l’intero impianto delle unioni civili partendo dalle premesse, confutando il famigerato “ce la chiede l’Europa” una normativa sulle coppie same sex. Propaganda. L’Europa, attraverso le sue due Corti, e l’Italia con la Corte Costituzionale, non ci chiede niente e dice altro quando per esempio afferma e rinnova la sovranità degli Stati a decidere in materia. Ogni ordinamento statuale ha piena autonomia nel definire l’istituto della convivenza (al di là dell’orientamento sessuale della coppia) in modo distinto ovvero uguale a quello della famiglia fondata sul matrimonio. SI parte da qui.

Ora, accantoniamo per un attimo la stepchild adoption e concentriamoci sul resto del ddl Cirinnà. Anzi, facciamola più difficile: ipotizziamo che la stepchild adoption venga completamente stralciata dal ddl.

Cosa resterebbe? Resterebbe la sostanziale parificazione della disciplina delle convivenze omosessuali a quelle delle coppie sposate, perché non basta l’artifizio truffaldo di chiamare le unioni civili “formazioni sociali” per distinguere la convivenza omosessuale dal matrimonio. Non basta la semplice evocazione nominalistica quando poi, nella sostanza, i diritti che si chiedono sono conformi a quelli matrimoniali.

Quella sulla stepchild adoption è solo una guerra simbolica. Come la sua presenza nulla aggiunge, così il suo stralcio nulla toglierebbe. Il problema del ddl Cirinnà è il ddl Cirinnà nel suo impianto complessivo e non quell’articolo in particolare. Se si mantiene nel rito di avvio dell’unione civile il richiamo agli articoli del codice civile che disciplinano il matrimonio, si introduce – gabbando il popolo e dicendogli che non è vero – con altro nome il matrimonio gay con annessi diritti consequenziali al matrimonio tra cui l’accesso alla adozione.

Aprire alle unioni civili così congegnate significa aprirsi coerentemente al diritto alla genitorialità omosessuale e quindi, oltre alle adozioni, alla legittimazione delle conseguenze legate all’affitto di uteri. Stepchild adoption o meno, i loro alleati saranno i giudici. E si torna così a bomba sulle adozioni: anche in assenza di stepchild adoption se un ordinamento parifica la disciplina delle convivenze a quelle delle coppie sposate diventa evidentemente discriminatorio escludere per le prime ciò che si prevede per le seconde. Anche in materia di adozioni, a cui oggi possoni accedere le coppie sposate e domani, se il ddl passasse, anche quelle same sex equiparate (ed equiparabili) alle prime. Con buona pace delle formazioni sociali specifiche.

Col ddl Cirinnà saranno i tribunali a dare il via libera alle adozioni e al riconoscimento genitoriale di chi fa turismo procreativo. Del resto l’Italia è una magistrocrazia di fatto. Su tanti aspetti delle cose nazionali siamo subalterni ai quarti di luna dei giudici, e in più conosciamo l’alto tasso ideologico della giurisprudenza italiana. Il ddl Cirinnà, anche senza stepchild adoption, farà il resto.

GR

Lettera sul furore ideologico for dummies e primi ministri.

Matteo, le parole che si usano. Ma nel caso tuo gli slogan che usi.
A me piace il dettaglio. Cercare di osservarlo e magari pure di carpirlo, afferrarlo. E’ lì che si nasconde il diavolo. Nella ossessione verso il dettaglio ho scorto che parli sempre di unioni civili e mai di ddl Cirinnà. Come se i due argomenti, oggi in Italia, possano essere disgiunti.
Nel caso del ddl che allo stato è la sola proposta di istituire le unioni civili in Italia, nessuno sa come la pensi davvero. A riguardo una mia idea ce l’ho ma non è importante ora dire cosa penso io rispetto a ciò che pensa Renzi.
Fai il presidente del consiglio, e rispetto a una legge formalmente di iniziativa parlamentare giochi a fare l’arbitro e quindi, in onore al ruolo, compulsi ambiguità giocando a dividere i piani (vedi sopra). Il tutto col tuo stile, brillante, smart, veloce, quindi sotto forma di slogan. Si sa, sei uno sloganista compulsivo. Il ché, beninteso, può non essere per forza un difetto.
Ieri ecco puntuale l’artifizio. Hai detto che sulle unioni civili bisogna «uscire dal furore ideologico».
L’intento di questa uscita a me pare sia quello di abbassare la dignità complessiva del dibattito attraverso una rappresentazione artatamente contraffatta della realtà, raccontata come scontro tra due tifoserie. Una sorta di “al lupo al lupo”.

Buttarla indistintamente sull’ideologico è ideologico, Matteo. Soprattutto per un campione della de-ideologizzazione della politica e del presente quale tu sei.

Far passare come ideologico un punto di verità ineliminabile dal reale: come nascono i bambini. Il loro diritto di avere un padre, una madre e delle origini che è una questione maledettamente laica a meno che non si voglia pensare che il rapporto con le origini sia strutturato ed appaltabile al rapporto che ognuno di noi ha con Dio. Come Renzi, come il sottoscritto, come chiunque, omosessuali e omosessualisti compresi, tutti abbiamo il diritto alle origini. Tutti siamo figli di qualcuno. Possiamo non essere genitori ma quella di figli di una madre e un padre è una condizione in cui ogni essere umano si ritrova per forza.

Questo è il piano della realtà. Almeno per chi è presente a se stesso. Dire che tutto questo è ideologico, quindi un’astrazione, è – ripeto- ideologico.

E’ questo l’ovvio che ci tocca difendere oggi in questi tempi ideologici. E questo tocca ribadire anche al presidente del consiglio che fa di tutt’erba un fascio e parla di furore ideologico come dato strutturale del dibattito.

Il dato ideologico va sempre in opposizione a quello reale. Lo dice la storia. Ogni ideologia si connota per essere un sistema di credenze e convenienze fondata su una falsa rappresentazione della realtà tesa ad arrivare a soluzioni conformi a quel dato inquinato in radice.
Una realtà, quella ideologica, sempre di comodo, posticcia, piegata al cabotaggio dell’interesse circoscritto, svincolata dal dato del reale. Conseguenza: chi si mette di traverso rispetto al dato ideologico è un nemico. L’ideologia ha bisogno del nemico. E’ un suo dato costitutivo. E quindi per chi non si allinea il premio è un bella accusa di omofobia. L’ideologia è una fuga dalla realtà. Quindi, ontologicamente, è anche divisiva.

Sai bene che nessuno è contrario alla legittimità affettiva e patrimoniale delle coppie omosessuali. Sul ddl Cirinnà il conflitto è generato dal fatto che si vuole affermare il principio secondo cui un bambino può avere per legge due genitori dello stesso sesso. Questo è ideologico, fa effrazione al dato di realtà. In più e a mo’ di conseguenza, si vuol passare in cavalleria la radice che sottende all’affermazione per legge di questo principio, ovvero che gli esseri umani possono essere oggetti di compravendita. Persone a cui verrebbe negato, questa volta sì, ancora per furore ideologico, il diritto all’origine. Compresso e sacrificato in ragione di un diritto inverosimile, quella alla genitorialità omosessuale.

Questo è il piano, Matteo. Chi è a favore del ddl Cirinnà vuole silenziare ora per ipocrisia, ora per vergogna, ora per paura di cadere in contraddizione, tutta questa parte del dibattito. Scappa e sposta il piano della discussione cianciando di discriminazioni, come se l’amore omosessuale non sia rispettato dalla stragrande maggioranza degli italiani. Che sono meglio della loro parodia, e non perché non sono contrari alle adozioni same sax ma perché non discriminano nessuno.

Questa tua uscita sui «furori ideologici», unità all’appello alla libertà di coscienza, permettimi, non è granché. Anche tu dai la sensazione di scappare rispetto al nodo del problema. E non funziona così. Non puoi permettertelo.

D’accordo, capisco sia un argomento divisivo. C’è la possibilità di perdere voti e consensi. La natura dell’argomento però purtroppo questa è. E’divisiva. Purtroppo divisiva, aggiungerei: quando pensavamo che fosse un dato di minima di civiltà unanimemente riconosciuto e spontaneamente strutturato in tutti gli uomini quello di pensare che la società dovesse impegnarsi nel tutelare il diritto dei bambini ad avere un padre e un madre, è arrivata l’ideologia a dirci che «no, non è così, non è moderno, il dato va subordinato ai diritti degli omosessuali, chi continua a dirlo parla per luoghi comuni ed è eversivo e reazionario». Oltre ovviamente ad “omofobo”.

Questo per dire – e chiudo – che puoi pensarla come vuoi. Ma devi mettere la faccia. Devi dire come la pensi. E non genericamente sulle unioni civili, ma sul ddl Cirinnà. Tutti gli aspetti del ddl Cirinnà.

Non esiste un punto esterno al dibattito su cui può mettersi il premier. E anche se esistesse non sarebbe tuo quel punto non solo perché sei presidente del consiglio ma soprattutto perché sei Matteo Renzi, il primo ministro che più di tutti nella storia cerca di determinarli e non subirli gli eventi. Non sei credibile quando ti avviti nei minuetti e fa ridere quel tuo tentativo di far credere che chi sta nell’arena della dialettica è uguale e contrario al suo interlocutore, e quindi specularmente son tutti una manica di invasati.

E’ una bugia. Magari detta a cuor leggero e in buona fede ma una bugia, quindi una falsa rappresentazione della realtà. Quindi un modo, anche da parte tua, di dare un contributo ideologico al dibattito.

Saluti, Gennaro.

GR

LA CURA

Leggevo questo articolo. E vabbé, la retorica sui “diritti” che usa i bambini, vittime, come cavallo di Troia per riconoscere le effrazioni alla realtà degli adulti la conosciamo, è consunta, e oggettivamente paga.
Nessuna menzione su come un bimbo possa avere due mamme. Neanche a straforo. Neanche allusiva. Neanche un merdossimo dubbio, laico per definizione. Encefalogramma piatto. Dogmatico nonostante si parli di qualcosa che non ha un’origine.
E’ normale (dove normale va inteso come rientra nel novero delle cose che possono succedere) avere due mamme secondo il Corriere. Come nascere con gli occhi azzurri anziché neri. Può capitare.

Io non credo che l’omosessualità sia una malattia, ergo non è una cosa che va curata, ma rivendico il diritto di pensare (e dire) che molte rivendicazioni omosessuali nel dibattito pubblico – tipo l’astrazione di intendere il diritto al figlio, costi quel che costi e anche a costo di amputare delle origini un bambino, e tutto questo, paradossalmente, in nome dell’amore – delineano personalità malate, dissociate. Personalità che vanno curate al pari di chi si sente Napoleone e non ha santi in paradiso nel giornalismo, nel mondo dello spettacolo, nell’intellettualismo senza intelletto, che lo aizzi nel pensiero che sì effettivamente qualche ragione ce l’ha per sentirsi Napoleone.
La differenza è questa. Le rivendicazioni omosessuali su questo argomento si muovono su una bisettrice diversa perché godono del reticolo protettivo del politicamente corretto e dei suoi ludibri orizzontali timorosi di usare la parola “cura”.
I comportamenti omosessuali non possono essere curati perché l’aggettivo omosessuale sterilizza persino il solo tentativo, rende offensivo parlare di cura, macchia chi lo fa di conclamata omofobia.
Gli omosessuali col loro essere possono dire e pretendere tutto, a prescindere dalla qualità delle loro rivendicazioni.
Come se la parola “cura” nei loro confronti perdesse di significato originario. Come se fossimo nel migliore dei contrappassi dinanzi a super uomini e super donne immunizzati dalle maglie e dal bisogno della cura, del prendersi cura, del significato originario della cura, del suo senso che altro non è che il modo più nobile per fare del bene al prossimo e interessarsi ad esso per davvero.
Qui il piano è schifosamente obliquo, gioca coi non detti, e per ragioni ora politiche, ora opportunistiche legate al timore di essere bollati come reietti sociali, preferisce far accucciare il pensiero unico sui binari appiccicosi della accoglienza acritica e della generosità fellona. Ci si lava le mani e si spaccia per tolleranza, avanzamento, progresso, quel che è invece è indifferenza che non si vuole chiamare per nome.

Se due donne si sentono nel giusto nel sentirsi mamme e prescindono anche solo potenzialmente dalle conseguenze che la protervia adulta può determinare nella storia di quel bambino non è solo colpa loro – i matti esistono da sempre e prescindono dall’orientamento sessuale – ma di chi oggi a vario titolo continua a disertare e a non dir loro, come si fa a quello che si sente Napoleone, “siete due dissociate”. E non per giudicare il loro orientamento sessuale, che chi se ne frega, puoi anche innamorarti di un termosifone acceso a ferragosto, ma semplicemente per fare del bene (almeno) a quel bambino che meriterebbe altro rispetto alle sperimentazioni sociali.

GR

La cultura del ’68 fa preti amici del 69.

La cosa più imbarazzante di questo ex carneade è il livello da terza elementare delle sue argomentazioni, improntate alla
genericità e alla confusione come fanno i minus habens e gli intellettualmente disonesti. Fa specie che un teologo della Congregazione della Dottrina della Fede, un tempo caminetto delle mente più fini del clero romano, ragioni in modo così sciatto. Quasi da popstar.

Cioè, oltre lo sfogo liberatorio culturalmente molto sessantottino – e si sa, dopo il 68 viene sempre il 69 – di chi pensa che i suoi problemi siano causati dal “sistema” e dalle regole del sistema, e non dalle sue azioni coniugate al principio della responsabilità individuale, nel suo caso legata al rapporto da sempre irrisolto tra il suo personale orientamento sessuale e le scelte di vita (un seminario servirebbe ad altro non a vergognarti di dire a mamma e papà che sei omosessuale), non c’è nessuna piattaforma rivendicativa.

Sfogatoio, parole in libertà sulla presunta condizione disumana legata alla astinenza dall’amore, come se tutti i preti che non associano l’amore nel sacerdozio al sesso da consumare siano algidi automi. Delle parodie di uomini. Dei torturati a cui il “sistema” ha cambiato i connotati per renderli funzionali ad esso e quindi inumani. Anzi, eunuchi. Loro. Non lui.

E che belle le cose che stanno scrivendo i preti in queste ore sul celibato. Mica mettono la testa sotto la sabbia. Mica dicono che è tutto rose e fiori. Mica negano momenti di sofferenza e di tentazioni rispetto alla coerenza verso quel patto (non un obbligo ma un patto contratto liberamente e da cui poter recedere quando si vuole pagando, va da sé, delle conseguenze).
Preti che ammettono di aver pregato anche per questo. Di essersi aggrappati a Cristo, su questo argomento come su tutto il resto, perché «venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà» anche nella speranza di «non indurci in tentazione».
Preti che di fatto difendono l’intrinseca giustezza del celibato come spartiacque della loro esistenza terrena votata alla vocazione verso la Chiesa e le loro comunità. Preti che su mille e uno argomenti la pensano diversamente ma che su celibato si sono ritrovati tutti uniti come se si fosse costituita una mutuo soccorso nella preghiera.

Ecco, gli altri pregano per continuare a essere discepoli di Cristo. Lui scopa. Ma, ed ecco il rigurgito sessantottino, le colpe delle sue debolezze non sono sue, non c’è pentimento prologo del perdono, ma l’accusa al “sistema disumano”; quel sistema che lui, giglio di campo, ha imbrogliato ieri e vuole imbrogliare oggi a colpi di vittimismo declinato in “diritti”, pena l’accusa di omofobia verso la Chiesa.

Ma quali diritti poi? Tutto il suo chiagni&fotti manca del passo successivo. Tira il sasso e nasconde la mano.
Alla fine della fiera questo personaggio intellettualmente disonestissimo cosa chiede in concreto alla Chiesa?
Voi l’avete capito?
Se ogni lotta ha obiettivi precisi, ben identificati, i suoi, per quanto pessimi possono essere, quali sono?
In cosa la Chiesa dovrebbe riformarsi secondo lui?
Dovrebbe abolire il celibato?
Dovrebbe permettere agli omosessuali di sposarsi in Chiesa?

Non si sa. Non è dato a sapersi. Non lo dice.
Basta dire che “la Chiesa è omofoba”.
Ecco perché non un eroe ma un mezzo uomo (e non virilmente parlando), ecco perché è solo uno schifoso saltimbanco da bluff mediatico.

GR

Ma davvero la Chiesa è così interessata al nostro orientamento sessuale?

«Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana» dice Krzysztof Charamsa al Corriere.

Non si capisce bene cosa rivendichi questo prete che assomiglia al Caldoro ex presidente della Campania e si atteggia a finto rivoluzionario e a vittima del sistema.
In realtà è vittima, sì, ma solo di se stesso, della sua vanità.
Pagherà le sue conseguenze semplicemente perché ha contravvenuto al voto di castità proprio dei presbiteri.
La sua omosessualità è un dettaglio, una cazzata a uso e consumo dell’articoletto di scandalismo giornalistico perché la definizione di “prete gay” è un ossimoro al pari di “prete eterosessuale”.
Nessun prete etero rivendica la sua eterosessualità in questa chiave e mai direbbe che «l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana». L’orientamento sessuale di un prete, quale che sia, è (sarebbe) un dato neutro visto che, brutalizzando al massimo la questione, non lo pratica o comunque non potrebbe.

Il “prete gay” invece fa outing e rimane conforme al cliché degli omosessuali di farci sapere qual è il loro orientamento sessuale – come se la cosa fosse importante, come se al mondo interessi qualcosa, come se pubblicamente conti davvero da chi è attratto Tizio piuttosto che Caio – come se il voto valesse solo i preti omosessuali. E in più rilancia, e fuori dall’orizzonte del peccato proprio dei credenti a maggior ragione se presbiteri dice fieramente e senza alcuna forma non dico di pentimento ma almeno di pudore riflessivo di avere un compagno.
Quindi sì, pagherai le tue conseguenze.
Ma per questo. Come le pagherebbe “un prete eterosessuale”.

Quel che tuttavia sfugge è il motivo di questa uscita.
La sua è un’uscita corporativa con una eco quindi solo interna alla Chiesa e finalizzata a superare il voto di astinenza? O è un monito affinché il Sinodo sulla famiglia aggiorni i suoi lavori includendo quel che allo stato non c’è, ovvero la benedizione dell’amore omosessuale con annesso matrimonio cattolico?

Amore omosessuale.
Ma davvero la Chiesa è così interessata al nostro orientamento sessuale e ci rispetta in funzione di esso?
Secondo me no. Anzi, alla Chiesa frega se non niente direi comunque il giusto. Semmai è il mondo che ha l’ossessione per il sesso nella sua dimensione pubblica e quindi per la vanvera sul sesso.
Se il problema fosse l’omosessualità in quanto tale dovrebbe riconoscere un primato fatto di ampie libertà a noi etero e invece no, non mi pare esista un favor per noi, non è che a noi etero vien detto: “ok, figlio mio, sei etero e puoi fare tutto quello che ti pare per il sol fatto che sei etero e tutto quello che farai essendo etero è a priori conforme al Disegno di Dio su di te”.
Non funziona così, mi pare.
La Chiesa è contro il divorzio (e per divorziare devi sposarti e in Chiesa possono sposarsi solo gli etero). E’ contro l’adulterio (che è peccato e può essere conseguenza della rottura del matrimonio). Non contempla forme di poliamore per l’uomo.
Ergo, la Chiesa non ragiona usando come discrimine unico il nostro orientamento sessuale. Per questo la sua pastorale accoglie tutti. Semplicemente perché ogni essere umano è portatore, nella Storia e secondo la sua storia di uomo, dei suoi peccati. Etero o omosessuali che si sia. Ognuno ha i suoi e chiedere sconti o moratorie su una determinata categoria di peccati o di peccatori significa eliminare il concetto di peccato. E sai che palle peccare con l’autorizzazione del prete.
Ecco perché l’equazione “Chiesa contro gli omosessuali” è una cazzata.

La castità.
Di castità è giusto che ne parlino solo i preti al loro interno.
Dibattendo e discutendo con quella parresìa cara al papa.
Rilasciare un’intervista buona sola a incrociare la sua vanità con la pratica voyeuristica di fare giornalismo non è una buona idea. Almeno se si hanno buone intenzioni.
Il contributo che può dare il mondo al dibattito sulla castità è pari a zero. Quel voto è una cosa che chi non è prete non può capire. Quel che per noi può apparire una costrizione quasi inutile, innaturale e addirittura sadica, per un prete, e quindi per un uomo che ha la coscienza liberamente orientata a Dio, può essere una scelta di grande libertà perché coerente ai moti della sua coscienza. Se non si è preti bisogna essere laici sull’argomento, praticare il dubbio. Del resto oggi il vero anticonformista non è chi scopa come se non ci fosse un domani – vista la tanta offerta che al contempo si fa anche domanda – ma chi si fa prete.
E nei panni di un prete ci può stare solo un prete.

GR

Il diritto alla obiezione di coscienza. Per essere liberali.

Ha ragione da vendere il Papa quando parla di obiezione di coscienza come diritto umano, e certamente questo può applicarsi al tema nozze gay, giacché l’argomento matrimonio omosessuale non può disgiungersi dai diritti consequenziali al matrimonio tra cui quello alla adozione, e quindi al diritto di non essere privato – addirittura dallo Stato – di un padre e una madre.

L’obiezione di coscienza è un tentativo di rispondere in modo soggettivo a un problema oggettivo ed è perfettamente coerente al principio della responsabilità personale e alla libertà degli individui. Ecco perché uno Stato di diritto la tutela giuridicamente ponendo ovviamente dei limiti e cioè che la libertà di coscienza non può esaurirsi in un arbitrario e generico rifiuto di obbedire ma deve contenere rilevanze intersoggettive e tensione etica legate ai diritti inviolabili dell’uomo. Il legame tra l’obiezione di coscienza e i diritti umani è ben conforme alle identità degli Stati liberali perché tutela la libertà individuale e nel conflitto tra le idee del singolo e le leggi dello Stato è quest’ultimo a fare un passo indietro perché consapevole che le leggi sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le leggi come nei Soviet.

Il diritto alla obiezione, invece, perfeziona le istituzione democratiche e rappresenta una delle manifestazioni più autenticamente liberali che si possono porre in essere.
Dire il contrario, requisire dentro la disciplina di Stato il dubbio (altro principio liberale), significa negare che si è prima uomini e poi funzionari, significa preconizzare un sistema tecnicamente sovietico che impone un’etica di Stato e riconosce il supremo primato alla “struttura” e non all’individuo su materie che hanno a che fare coi diritti inviolabili dell’uomo.

p.s.: va da sé che per Radicali, analfabeti libertari e tutti i soloni intellettualoidi che voglio spiegarci cos’è la libertà, l’obiezione di coscienza è ‘na roba tipo la peste e infatti da decenni, dalla Bonino a Rodotà, sono pancia a terra impegnati per annientarla.
Fanno gargarismi, si danne le arie, fanno le pose, la declinano e si declinano in liberali/libertari/liberisti, supercazzole e cazzi vari, ma poi, alla prova dei fatti, della libertà non conoscono manco le basi.
E infatti, figura di merda e paradossi dei paradossi, almeno in apparenza, si sono fatti fare aggratis la lezione di libertà addirittura dal Papa.

GR