Il ricatto del tressette col bimbo in ostaggio

A volerlo prenderlo alle strette, il dibattito italiano sulle unioni civili ruota attorno a due domande: 1) può un bambino avere due genitori omosessuali? e 2) è indifferente, dalla sua prospettiva, che siano dello stesso sesso?

Su questi due punti decade la retorica dei “diritti civili” perché in questo caso i diritti degli adulti- veri o presunti che siano – determinano delle ripercussioni sul prossimo – i bambini – indi per cui non possono essere gestiti e definiti nel campo tutto individualista del “a te cosa cambia se”.

È su questo che l’Italia tutta – non solo il parlamento – si interroga. Le risposte alle due domande necessitano di una ovvia conformità culturale, almeno se si ha a cuore la pace sociale, perché interrogano la cultura di un popolo, e quindi quell’insieme di credenze e convinzioni più o meno grandi che permettono ad esso di ritenersi una comunità, e consentono di capire se i cambiamenti che hanno inevitabilmente attraversato anche l’Italia siano tali da mettere in discussione anche i paradigmi antropologici più basici o se al contrario persiste su questo punto una eccezione occidentale frutto della peculiare cultura italiana, aperta da sempre al contributo di tanti storie nobili, che può portare, anche nel 2016, a rispondere in modo diverso, ma non per questo in maniera meno logica, rispetto a come han già fatto parecchie democrazie europee ed occidentali.

Rispondere “così fan tutti” ” e “siamo l’ultimo Paese che” significa darsi al mercato dei non argomenti ed è, se si vuole, un modo per disertare la fatica del dibattito per consegnarsi alla faciloneria degl i automatismi culturali.
Ogni Paese ha una sua sovranità, non solo politica ma anche culturale, e del resto la formula dei “diritti civili”, a differenza di quelli umani, è aggiornata dalle convinzioni del tempo alla stregua delle mutazioni che stanno attraversando istituti impropriamente detti “tradizionali” (termine orribile).

Detta meglio: se la definizione di “famiglia” è relativa ed è una convenzione condizionata dal tempo – cosa oltretutto parzialmente vera – lo è ancora di più la definizione di diritti civili e in particolare quali siano esattamente le prerogative in essi inclusi che vanno ritenute dogmaticamente – e paradossalmente – “non negoziabili” nel tempo in cui vengono rivendicati.

Ora: a queste domande in una società laica ognuno risponde come vuole, usando come bussola i principi più disparati che vanno dai precetti evangelici, alle diverse interpretazioni del dettato costituzionale, alle teorie femministe, alla dottrina libertaria come quella marxista e può arrivare, perché no, persino a Vanity Fair.
Non è quello il problema.

Il punto è di metodo e ha a che fare con la piaga terroristica che ha preso un dibattito che prima si snoda sulla falsariga dello slogan brigatista “la rivoluzione non si processa” e poi usa i bambini «che ci sono» come ostaggi che evidentemente orientano il dibattito e le risposte da dare alle due domande così da legittimare anche in Italia, attraverso la mistica delle “situazioni di fatto”, il presunto diritto alla genitorialità della coppia omosessuale.

Questa spada di Damocle inquina il dibattito, non lo rende libero come non è libero, in democrazia, qualsiasi dibattito che si tiene sotto ricatti e contempla addirittura ostaggi.
Come appunto facevano le Brigate Rosse che chiedevano una legittimazione politica e sociale e nel frattempo sequestravano Aldo Moro.

Annunci

Ah sì, c’è il diritto al matrimonio?

Si dice: «volete negare i diritti!».
Ora: se è vero come è vero che il primo problema del ddl Cirinnà è quello di varare una disciplina delle unioni civili sostanzialmente identiche al matrimonio ma rientranti, subdolamente e ipocritamente, nelle formazioni sociali solo per ragioni di real politik, di quali diritti parliamo? Del diritto al matrimonio?

Aneddoto. ll mio prof. di Istituzioni di Diritto Privato era un terribile incazzoso paraplegico. Se in sede di esame mi fossi permesso di includere il matrimonio tra i diritti, credo che questa cazzata avrebbe prodotto in lui ciò che producevano gli spinaci per Braccio di Ferro, e quindi si sarebbe alzato dalla sedia a rotelle per darmi ciò che meritavo: non un buon voto ma un calcio in culo.

Il matrimonio è semplicemente un istituto giuridico da cui discendono dei diritti e dei doveri, e non un diritto in sé.
Non è, tanto per esser chiari, il “diritto al lavoro” di cui in linea di principio, e non senza retorica, parla l’art. 4 della Costituzione (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”).
E infatti, nelle more, lo Stato organizza sul territorio nazionale il Sistema di Collocamento pubblico al fine di fornire ai cittadini disoccupati o in cerca di un nuovo lavoro, strumenti per la ricerca di un impiego.

Il matrimonio invece non è un diritto, giuridicamente parlando. Lo Stato non può garantire a tutti la sua fruizione. Non esiste l’ufficio statale a cui i single desiderosi di sposarsi possono prima iscriversi per il suo esercizio e poi eventualmente protestare per la mancata fruizione del diritto. E la legge non considera in nessun modo l’orientamento sessuale delle persone perché non è suo compito usarlo come criterio. Anche gli eterosessuali non possono sposare chiunque e sono soggetti ai limiti di legge anche in presenza della loro volontà di sposarsi.

Ergo, ancorché la legge non usi l’orientamento sessuale come criterio, discrimina tutti. È un male? No, è un bene, il discrimine è il sale di ogni legge positiva. Solo per fare degli esempi, l’ordinamento giuridico discrimina tra maggiorenni e minorenni, sani di mente e disturbati, portatori di handicap e non, tutto è discrimine, e sono tutte discriminazioni opportune.
Sarebbero inopportune se le discriminazioni si avvitassero su base etnica – e non mi pare accada, per fortuna – o appunto sulla base dell’orientamento sessuale. Ma appunto come al gioco dell’oca si ritorna alla casella di partenza: non esistendo il diritto al matrimonio, nessuna ipotesi di discriminazione fondata sull’orientamento sessuale ha ragione di esistere, neanche in linea teorica.

Questo per dire una cosa banale: la legge non giudica le attrazioni né usa come fonte del diritto l’amore – come potrebbe valutare come si amano due persone? Qualsiasi criterio, ora sì, sarebbe discriminante – ma si limita semplicemente a regolare i fatti.

Il senso del dovere della “presidenta”

Quindi il «dovere» della stepchid adoption  per la “presidenta” Boldrini.
«La stepchid adoption è doverosa», il dovere naturale alla adozione. Vabbè.
Io penso che il dovere naturale sia quello di rispettare le norme del sistema di cui si fa parte, al di là dell’orientamento sessuale.

Cioè, a una coppia eterosessuale, ai sensi della legge n.184 del 1983, che aspiri ad adottare – mera aspirazione, non diritto – le contano pure i peli del culo (per usare un linguaggio giuridico) e infatti deve:
– essere unita in matrimonio da almeno 3 anni (non contribuisce ai fini del computo temporale un eventuale periodo di convivenza);
– non sussistere in una situazione di separazione personale, neppure di fatto, ed essere valutata e giudicata idonea ad educare, istruire e mantenere i minori che intendano adottare dal Tribunale per i minorenni e i servizi socio-assistenziali;
– rispettare una differenza di età tra la coppia e il soggetto adottabile compresa dai 18 ai 45 anni. Inoltre uno dei due coniugi può avere una differenza di età superiore ai 45 anni a patto che sia comunque inferiore ai 55 anni, limite che potrebbe essere derogato solo se i coniugi adottino due o più fratelli assieme o se hanno un altro figlio minorenne;
– subordinare il proprio interesse ad avere un figlio alla necessità che un bimbo possa avere una famiglia.

Conseguenza/1: numeri alla mano, le coppie sposate provviste dei requisiti e autorizzate dai Tribunali a poter potenzialmente adottare sono in Italia circa diecimila a fronte di circa mille bambini adottati ogni anno (rapporto 1:10, per ogni bambino ci sono 10 potenziali famiglie in possesso dei requisiti per adottarlo).

Conseguenza/2: per la legge italiana non basta il desiderio di adottare e non basta neanche la famosa “situazione di fatto” che precede la maturazione del diritto di adottare della coppia e normalizza ex post una procedura di adozione. Se una coppia sposata decide di aggirare questo iter, o perché lungo e troppo complesso o perché sprovvista di uno dei requisiti di cui sopra, e decide di andare all’estero – infischiandosene anche delle norme sulle adozioni internazionali – un bambino certamente riuscirà a procuraselo, anche con la pratica dell’utero in affitto, è vero che le coppie che ci ricorrono sono per la stragrande maggioranza etero, ma è altrettanto vero – e non vien detto – che la coppia etero che si procura un bambino contro legge, una volta rimesso piede in Italia trova una bella camionetta dei carabinieri a mo’ di comitato di accoglienza che le toglie tempo zero il bambino affidandolo a una casa famiglia (gli ex orfanotrofi, per capirci), e si becca un bel processo penale che può prevedere anche la leggerissima accusa di traffico internazionale di minori.
Questo per gli etero.

Per gli omosessuali invece l’adozione è che “ti fai il bambino”, tutta la procedura di cui sopra non vale, l’unico requisito è il “desiderio” e basta il mero possesso del bambino per legittimare la sua adozione. In deroga al principio che possono adottare solo coppie etero e sposate per loro vale il principio del “possesso vale titolo”, che sarebbe uno dei modi di acquisti della proprietà dei beni mobili – e sto dando per scontato la loro buona fede – ma evidentemente questi sono dettagli da pedante giurista.

A loro nessuno toglierà il bambino una volta in Italia, anzi, a loro si applica il regime della “situazione di fatto” – concetto che non significa nulla giacché qualsiasi situazione delinea un fatto, anche digitare tasti su questa tastiera è una situazione di fatto, il punto è il valore giuridico che si vuol dare al fatto e non il fatto in sé – che inverte il principio del supremo interesse del minore e prima lo subordina al desiderio della coppia omosessuale di “procurarsi” un figlio da adottare ex post e poi disimpegnerà chi di dovere a prendere una posizione di buon senso: e quindi la politica vellicherà la demagogia dei (presunti) diritti e tiferà “desiderio”; il combinato disposto magistratura e giornalismo benedirà il tutto perché appunto vale la “situazione di fatto” e la coppia di eroi riceverà applausi, intervistate, ospitate, encomi dal culturame perché «ha sfidato i tabù oscurantisti di questa Italia medievale» e «poi la Chiesa!», e le daranno la patente di “modernità” e allora scatterà la supercazzola sulla laicità – in Italia oltre ai professionisti dell’antimafia abbiamo anche i professionisti della laicità, quelli che “non avrai altra laicità all’infuori di quella che decidiamo noi” – e concluderanno con tutto quell’effluvio di cazzate che sentiamo ogni giorno sulla falsariga del «il paese aspetta una legge perché è più avanti della politica».
Non è che è più avanti, è che se ne frega di quello che decide la politica. Fanno cose contro legge, sapendo che il clima culturale che si è innescato è questo qui e prende il sopravvento sulla cogenza della legge anche quando crea delle sperequazioni tra coppie etero e coppie omosessuali.
Questo a casa mia si chiama “ricatto”.

E mi volete convincere che non è un imbroglio questo ddl? Che non è surrettizio? Che non delinea una discriminazione non solo tra bambini ma anche tra coppie etero sposate e coppie omosessuali in relazione alle procedure di adozione?

Questa storia di tirare in ballo i bambini ha stufato per quando è bugiarda e ipocrita. I bambini sono già tutelati dalla legge, leggersi art. 44 della legge 184/83, che già consente l’adozione di un bimbo orfano da parte di chi ha con lui un rapporto affettivo, anche se non è legato da rapporti di parentela. Siamo un paese che la civiltà giuridica l’ha insegnata al mondo, altroché «siamo l’unico paese che…». La stepchild adoption serve solo a legittimare l’agenda politica Lgbt che pretende il diritto alla genitorialità per la coppia omosessuale – diritto che oltretutto non esiste per le coppie etero – e usa i bambini che possiede come ostaggi come mezzi con cui perseguire il fine di soddisfare l’interesse/desiderio della coppia di sublimare la loro unione con la simbologia del bambino, con un bimbo da considerare loro figlio. Costi quel che costi.

Non avrai altra laicità all’infuori di questa

La rete funziona che stai leggendo le parole piene di buonsenso del papa e ti ritrovi rocambolescamente a guardare questo servizio sulla quotidianità di una “famiglia omosessuale” e non sai manco tu come ci sei arrivato.
È il solito spottone sulla sua normalità, su come vada stigmatizzata e socialmente accolta la possibilità che due uomini comprino ovuli da X e affittino l’utero di Y per il sol fatto che a Los Angeles li abbiano accolti con un «non dovete preoccuparvi, qui siete a casa», e come il loro quotidiano, fatto anche di posa di caffè che cade per terra e di album fotografici post nascite sfogliati e risfogliati, è identico a quello di tutte le famiglie.
Tutto bello, tutto ben tagliato, se non fosse che la verità è eversiva. Esce e manco te ne accorgi, è un fiume carsico che fa la festa anche quando si fa propaganda.
La verità cambia i connotati ai fatti e lo spottone si ritorce contro in un attimo. Minuto 14 e 30, uno dei bimbi gridare «MAMMA!» e uno dei due papà dice: «la cosa bellina è che eravamo disperati. Come senti, loro chiamano tutto “mamma”, ma nessuno gliel’ha mai insegnato, è la prima parola che dicono». La “mamma” di turno a cui il bimbo si rivolge è una piccola vasca da bagno colorata.

E allora torni al papa, a certi commenti che intravedono nelle sue parole una forma di ingerenza negli affari dello «Stato è laico», come se bastasse preservare contegno aconfessionale per fare il bene.

Ma è davvero così? L’equivoco su cui si muove l’accusa di ingerenza con annessa rinnovata manifestazione della laicità dello Stato è quella di pensare di essere i custodi dell’unica laicità possibile, come se gli unici monopolisti che possono discettare sulle cose del mondo – del suo futuro, del progresso, della morale come della sua assenza – siano loro, i sacerdoti di una malintesa idea di laicità che prevede, per andare con gli stivali delle sette leghe:

1) che tutto ciò che non sia confessionale sia sic et simpliciter una buona idea da ammettere di default senza vagli di merito; 2) che l’unica laicità possibile è la loro idea di laicità sistematicamente impermeabile a qualsiasi infiltrazione religiosa, cosa che conferisce a qualsiasi intuizione, anche la più stramba, purezza e illuminazione razionale; 3) che il bene passi dalla modernità essendo quest’ultima sempre sinonimo di progresso – come se tutte le idee nuove poi si siano rivelate giuste alla prova dei fatti e col tempo – e 4) che la loro idea di laicità debba declinarsi come l’unica offerta di futuro possibile e quindi irrinunciabile e a vocazione universale: deve valere per tutti, guai a farsi prendere dal dubbio, perché ha connotazioni dogmatiche come può esserlo una laicità che tende a voler essere religione di Stato e dalle religioni mutua il “non potrai avere altro Dio all’infuori di me” nel “non potrai avere altra laicità all’infuori di questa”.

Ma è davvero così?
Parliamone. Discutiamone.
Facciamo la gara della laicità.
E torniamo – e chiudiamo – allo spottone.
Cosa c’è di moderno nella matrimonialializzazione della società?
E cosa c’è di laico nella parcellizzazione della maternità – compro ovuli di X e li impianto nell’utero di Y – allo scopo di consentire a due uomini di essere padri di un bambino che però cerca e chiama la mamma, arrivando a identificare con quella parola una vasca da bagno come un ferro da stiro o una gruccia?
E se a quel bambino non serve la mamma perché, a maggior ragione, quella coppia di omosessuali non può stare senza un bambino?

Se la laicità è il primato della ragione, è davvero laica la parola che useremmo per giudicare questa storia alla prova della realtà

Quattro paradossi e un embrione

L’elemento paradossale – come paradossale sono i dogmi di questo malinteso progresso che al più è solo modernità, e due termini non sono sinonimi – è che la persona che in nome della propria malattia viene autorizzata a poter selezionare embrioni e a scartare quelli malati, è la stessa che se ai tempi in cui era embrione fosse stata in piedi la teoria odierna dello scarto non sarebbe mai nata, uccisa perché ritenuta indegna di vivere.

Una persona malata e presente a se stessa dovrebbe avere un punto di vista più acuto sulla sua condizione e invece questa cazzata del diritto al figlio butta a gambe all’aria il tavolo della ragione, è un abbrivio che rende ferini e consente di tutto perché ammanta di gentilezza e finto progresso egoismi e razzisti solo ben dissimulati.

Un leader politico ammalato di cancro e – altro paradosso – tanto tifato da chi oggi esulta per la demolizione dell’ennesimo divieto della fu legge 40, dice giustamente di non essere la propria malattia. L’embrione invece è sola la sua malattia, alfa e omega che determina la sua indegnità a venire al mondo, soggetto svuotato dell’essere, soggetto che è solo la sua patologia.
Invece di eliminare la malattia, si elimina il malato.
Ma, terzo paradosso, è scientifico intendere una medicina che prende la scorciatoia di uccidere (la crioconservazione è conservare gli embrioni a -200 gradi) invece di provare a curare?
E in ultimo, quarto paradosso, è scientifico scommettere solo sulla certezza che da qui a enne anni la malattia per cui oggi si decide di scartare embrioni non potrà essere sconfitta dalla medicina?

Di etica magari ne parliamo un’altra volta. Il punto, qui, è l’uggia antiscientifica. Scartare embrioni malati non ha niente di scientifico, non è un passo avanti verso il progresso ma solo una conferma che l’occidente ha perso la logica della ragione: una massa di rincoglioniti che dice di fare cose che hanno come risultanze l’esatto opposto di quello che dicono, se ne convincono e spacciano per progresso ciò che è solo modernità.
E così si sentono razionali e persino tolleranti.
E scartano. E uccidono. Però poi «ah che bella cosa che ha detto la Bonino sulla sua malattia». Sì, la Bonino.

GR

L’estraneo

L’estraneità riguarda tutti. Ma ogni estraneità è estranea alle altre. Non esiste una estraneità collettiva, chi se ne fa portatore è un impostore, perché un estraneo è tale soprattutto tra i suoi sedicenti compagni di estraneità. Se una compagnia esiste nella estraneità, questa è sempre inconsapevole. Ne consegue che l’estraneità non produce identità perché questa passa necessariamente per qualcosa che accomuna, e questo non accade con l’estraneità. Che anche se è comune, non accomuna.

L’estraneità è prepotente, supera i manicheismi di anticonformismo e conformismo riducendoli entrambi a percezioni, ad alveo relativo sia nella autovalutazione anticonformista di se stessi, sia non dando troppo peso all’accusa di conformismo che inevitabilmente provenire dal mondo diverso dal nostro. Si è sempre conformisti per qualcuno perché “conformismo” è il nome in cui si può declinare la diversità.
L’estraneità, invece, fagocita le categorie perché è modo di essere, tratto ontologico, qualcosa che riconosci anche nei comportamenti inconsapevoli di chi ti circonda. Si convive con lei, si può persino diventare professionisti dell’estraneità, il suo altro è sostanzialmente un labirinto: per voler superare un’estraneità si finisce dentro a molte altre. Spinto dall’estraneità, si entra dentro nuove estraneità con una consapevolezza che non solo non aiuta a uscirne ma produce estraneità anche rispetto all’impossibile uscita.

Tra le diverse possibili manifestazioni dell’estraneità c’è chi ne fa una professione. Anzi, è sul versante professionale che l’estraneità assume fattezze piene perché l’estraneo pur portandosi ogni epifania della stessa riconoscibile in tutti gli ambiti della vita, riscontra sul versante professionale quanto l’estraneità è diventata il motore di ogni scelta, la stella polare che, mascherata da decisioni consapevoli o da semplice casualità, ha orientato gli eventi.

L’estraneo era così già ai tempi della scuola, e poi dell’università. E ancora negli hobby. In ultimo nei lavori. Al plurale. Per l’estraneo esistono “i lavori” perché è estraneo a ogni regola legata al consesso sociale in cui si trova: più si avvicina a una situazione che può ridurre la sua estraneità – e quindi il rischio di abbandonarla causa accettazione delle regole dell’ambiente X che magari può persino essere confortevole – e più, tac, si materializza subito l’opportunità di una nuova estraneità, magari anche forzata, spesso addirittura inventata, che però pare proprio impossibile non cogliere per coltivare nuove estraneità. E così via.
Un’estraneità permanente tra ruolo ricoperto e ambiente (non) frequentato. Sempre esule.

Il punto, forse, è nel mancato baratto, nella indisponibilità a scambiare la “creatività da estraneità” con la “mediocrità da accettazione”: fino a quando la natura da spaesato vince sull’opportunità, l’estraneo non si separa dalla inseparabile compagna «estraneità». Perché, sì, la vita in sua compagnia è complicata per mille ragioni, e le aspettative di chi ti è prossimo e ti vuole bene le frustra sempre, ma nelle cose essenziali, nei momenti decisivi che fanno da spartiacque nel destino dell’estraneo, si rivela comoda perché è lei che gli consente di arrivare dove vuole, fino a pianificare una vita tutto sommato felice – migliore della media per la libertà che gli concede – ma tuttavia sempre da spaesato. L’estraneità resta infatti una pianta rampicante sempre attaccata alle ringhiere del balcone della sua vita: è punto di partenza ma soprattutto punto d’arrivo che non permette di sentirsi pienamente a proprio agio nel mondo a cui appartiene senza appartenerci.

È la volontà di appartenenza che provoca l’estraneità o l’estraneità a creare – frustrandola – la volontà di appartenenza? Chissà.
E chissà se l’accettazione dell’estraneità – ammesso sia strutturalmente possibile – possa significare il suo superamento.
O forse l’estraneità è soltanto libertà, e come tale una ricerca continua e mai del tutto soddisfatta?

Forse è solo un mezzo che ha a che fare con la noia verso tutto ciò che è terreno e che indaga lo scarto tra la propria dimensione di essere “finito” e obtorto collo limitato e l’anelito verticale verso il Mistero razionalmente insondabile che si prova a voler avvicinare nel disincanto che dà la condizione di spaesato, dissociato da ogni struttura umana fatalmente orizzontale.

Fatto sta che esiste una constatazione, un moto di consapevolezza, al di là di ogni tentativo epistemologico (e di diagnosi, e di profilassi): si è estranei per incapacità di appartenenza sempre per necessità e quasi mai per scelta.
E’ una condizione incarnata che assume i tratti della permanenza. Non si accende e spegne a piacimento, non ha interruttori e condanna a tenere sempre la luce accesa. Con gran dispendio di energie per illudersi di non sentirsi spaesati, ma forse in parte godendo della sofferenza di esserlo. E di non poter non esserlo. Estraneo a tutto, tranne all’estraneità.

GR

Il moralismo dei senza Dio che processa la “coerenza” della Chiesa

La rassegna stampa oggi è un grande ventilatore accesso nei paraggi della merda. Direzione Chiesa Cattolica.
Si chiama moralismo, ed è una scelta politica, un mezzo adottato da tutti i giornali per suscitare quella cosa chiamata indignazione di massa che trasforma l’opinione pubblica in emozione pubblica, un infinito stracciamento di vesti che è sport olimpico nazionale nella sua prassi culturalmente grillina che supera la stessa possibilità di votare i galoppini di Grillo nella cabina elettorale, perché il simbolo sui cui apporre la propria croce sulla scheda elettorale, davanti a un fatto così strutturale, è l’ultimo dei problemi, un dettaglio ridimensionato dalla realtà.

Quindi il moralismo. Che nasce da quella ipnosi collettiva chiamata rimozione del peccato personale e ci fa sentire vittime innocenti con un pulpito e delle buone ragioni idonee a farci scagliare contro le “insopportabili ingiustizie della casta”.
Come se non fossimo parte agente anche noi del tutto.
Come se rispetto al tutto esistesse un punto esterno su cui appollaiarsi e su cui noi abbiamo titoli e meriti per appollaiarci. Come se anche noi non fossimo casta nella tutela (sacrosanta) dei cazzettini nostri, della aiuola del nostro giardino, del particulare, e il resto “non sono fatti miei”, non devono esserlo, perché se lo fai scatta la domanda del cazzo tipo “ma a te che ti cambia se due omosessuali vogliono sposarsi”? (non è questo l’argomento del post)

Contro la Chiesa che per statuto si occupa dei peccati questa operazione di rimozione del peccato personale viene ovviamente bene: “la Chiesa è ipocrita, è ricca, vive nel lusso ma pretende di giudicarmi. Io invece sono povero, sono meglio di lei, sono buono, e mi assolvo”.

L’unità di misura non è la fede ma la visura catastale della casa del cardinale terrazza inclusa, la relazione del ctu sui beni della Chiesa, la business class dei viaggi aerei del card. Pell.
La paranoia da indignazione che diviene nuovo paradigma della lotta di classe contemporanea.

Al di là delle vicende di Bertone e delle potenti ventole azionate da ventilatori posizionati nei paraggi di un casino di merda (opinione personale: ce ne fossero di uomini di Chiesa come Bertone) atte a distruggere la sua onorabilità di uomo di chiesa e per suo tramite la Chiesa stessa, il cristianesimo è altro.
E l’equivoco (eufemismo) in cui cade chi parla di Chiesa non essendo cattolico – e quindi non vivendo su di sé l’orizzonte del peccato – è di non sapere di cosa sta parlando e confonde e vuole confondere il cristianesimo come surroga del galateo, come formuletta morale per quattro sfigati che brigano paradisi per l’Aldilà.
Quando invece è il contrario, esattamente il contrario.
Il cristianesimo può essere un uomo sporco, persino un cardinale, ma non può essere un uomo accusatore che si sente innocente.
E’ il contrario del dito puntato. Anzi, quel dito proprio non c’è sulla scena pubblica.
E’ semmai l’ateismo militante con la sua ossessione da ripristino della morigiratezza che produce moralismo e quindi ciò che ad esso è prodromico, quella fossa biologica chiamata indignazione collettiva.
Il cristianesimo invita a fare altro, a guardare la propria trave al posto dell’altrui pagliuzza, a lanciare la pietra solo se si è senza peccato. E quindi mai.

Il cristianesimo è bellissimo per questo, è rivoluzionario – lo diceva Benedetto Croce, non Giovanardi – perché è carne viva in cerca di vie di risurrezione, non vicoli ciechi in via di sterilizzazione.

Ecco perché laddove c’è moralismo non c’è Cristo.
Ecco perché questo dibattito sui peccati della Chiesa da parte di un mondo che non riconosce su se stesso i peccati ma giudica quelli della Chiesa usando prima l’artifizio di descriverla idealmente perfetta e poi cavalcando il differenziale tra l’ideale inventato e il reale solo per parlarne male, fa altamente cagare.

 GR