Il ricatto del tressette col bimbo in ostaggio

A volerlo prenderlo alle strette, il dibattito italiano sulle unioni civili ruota attorno a due domande: 1) può un bambino avere due genitori omosessuali? e 2) è indifferente, dalla sua prospettiva, che siano dello stesso sesso?

Su questi due punti decade la retorica dei “diritti civili” perché in questo caso i diritti degli adulti- veri o presunti che siano – determinano delle ripercussioni sul prossimo – i bambini – indi per cui non possono essere gestiti e definiti nel campo tutto individualista del “a te cosa cambia se”.

È su questo che l’Italia tutta – non solo il parlamento – si interroga. Le risposte alle due domande necessitano di una ovvia conformità culturale, almeno se si ha a cuore la pace sociale, perché interrogano la cultura di un popolo, e quindi quell’insieme di credenze e convinzioni più o meno grandi che permettono ad esso di ritenersi una comunità, e consentono di capire se i cambiamenti che hanno inevitabilmente attraversato anche l’Italia siano tali da mettere in discussione anche i paradigmi antropologici più basici o se al contrario persiste su questo punto una eccezione occidentale frutto della peculiare cultura italiana, aperta da sempre al contributo di tanti storie nobili, che può portare, anche nel 2016, a rispondere in modo diverso, ma non per questo in maniera meno logica, rispetto a come han già fatto parecchie democrazie europee ed occidentali.

Rispondere “così fan tutti” ” e “siamo l’ultimo Paese che” significa darsi al mercato dei non argomenti ed è, se si vuole, un modo per disertare la fatica del dibattito per consegnarsi alla faciloneria degl i automatismi culturali.
Ogni Paese ha una sua sovranità, non solo politica ma anche culturale, e del resto la formula dei “diritti civili”, a differenza di quelli umani, è aggiornata dalle convinzioni del tempo alla stregua delle mutazioni che stanno attraversando istituti impropriamente detti “tradizionali” (termine orribile).

Detta meglio: se la definizione di “famiglia” è relativa ed è una convenzione condizionata dal tempo – cosa oltretutto parzialmente vera – lo è ancora di più la definizione di diritti civili e in particolare quali siano esattamente le prerogative in essi inclusi che vanno ritenute dogmaticamente – e paradossalmente – “non negoziabili” nel tempo in cui vengono rivendicati.

Ora: a queste domande in una società laica ognuno risponde come vuole, usando come bussola i principi più disparati che vanno dai precetti evangelici, alle diverse interpretazioni del dettato costituzionale, alle teorie femministe, alla dottrina libertaria come quella marxista e può arrivare, perché no, persino a Vanity Fair.
Non è quello il problema.

Il punto è di metodo e ha a che fare con la piaga terroristica che ha preso un dibattito che prima si snoda sulla falsariga dello slogan brigatista “la rivoluzione non si processa” e poi usa i bambini «che ci sono» come ostaggi che evidentemente orientano il dibattito e le risposte da dare alle due domande così da legittimare anche in Italia, attraverso la mistica delle “situazioni di fatto”, il presunto diritto alla genitorialità della coppia omosessuale.

Questa spada di Damocle inquina il dibattito, non lo rende libero come non è libero, in democrazia, qualsiasi dibattito che si tiene sotto ricatti e contempla addirittura ostaggi.
Come appunto facevano le Brigate Rosse che chiedevano una legittimazione politica e sociale e nel frattempo sequestravano Aldo Moro.

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