Ah sì, c’è il diritto al matrimonio?

Si dice: «volete negare i diritti!».
Ora: se è vero come è vero che il primo problema del ddl Cirinnà è quello di varare una disciplina delle unioni civili sostanzialmente identiche al matrimonio ma rientranti, subdolamente e ipocritamente, nelle formazioni sociali solo per ragioni di real politik, di quali diritti parliamo? Del diritto al matrimonio?

Aneddoto. ll mio prof. di Istituzioni di Diritto Privato era un terribile incazzoso paraplegico. Se in sede di esame mi fossi permesso di includere il matrimonio tra i diritti, credo che questa cazzata avrebbe prodotto in lui ciò che producevano gli spinaci per Braccio di Ferro, e quindi si sarebbe alzato dalla sedia a rotelle per darmi ciò che meritavo: non un buon voto ma un calcio in culo.

Il matrimonio è semplicemente un istituto giuridico da cui discendono dei diritti e dei doveri, e non un diritto in sé.
Non è, tanto per esser chiari, il “diritto al lavoro” di cui in linea di principio, e non senza retorica, parla l’art. 4 della Costituzione (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”).
E infatti, nelle more, lo Stato organizza sul territorio nazionale il Sistema di Collocamento pubblico al fine di fornire ai cittadini disoccupati o in cerca di un nuovo lavoro, strumenti per la ricerca di un impiego.

Il matrimonio invece non è un diritto, giuridicamente parlando. Lo Stato non può garantire a tutti la sua fruizione. Non esiste l’ufficio statale a cui i single desiderosi di sposarsi possono prima iscriversi per il suo esercizio e poi eventualmente protestare per la mancata fruizione del diritto. E la legge non considera in nessun modo l’orientamento sessuale delle persone perché non è suo compito usarlo come criterio. Anche gli eterosessuali non possono sposare chiunque e sono soggetti ai limiti di legge anche in presenza della loro volontà di sposarsi.

Ergo, ancorché la legge non usi l’orientamento sessuale come criterio, discrimina tutti. È un male? No, è un bene, il discrimine è il sale di ogni legge positiva. Solo per fare degli esempi, l’ordinamento giuridico discrimina tra maggiorenni e minorenni, sani di mente e disturbati, portatori di handicap e non, tutto è discrimine, e sono tutte discriminazioni opportune.
Sarebbero inopportune se le discriminazioni si avvitassero su base etnica – e non mi pare accada, per fortuna – o appunto sulla base dell’orientamento sessuale. Ma appunto come al gioco dell’oca si ritorna alla casella di partenza: non esistendo il diritto al matrimonio, nessuna ipotesi di discriminazione fondata sull’orientamento sessuale ha ragione di esistere, neanche in linea teorica.

Questo per dire una cosa banale: la legge non giudica le attrazioni né usa come fonte del diritto l’amore – come potrebbe valutare come si amano due persone? Qualsiasi criterio, ora sì, sarebbe discriminante – ma si limita semplicemente a regolare i fatti.

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