Il senso del dovere della “presidenta”

Quindi il «dovere» della stepchid adoption  per la “presidenta” Boldrini.
«La stepchid adoption è doverosa», il dovere naturale alla adozione. Vabbè.
Io penso che il dovere naturale sia quello di rispettare le norme del sistema di cui si fa parte, al di là dell’orientamento sessuale.

Cioè, a una coppia eterosessuale, ai sensi della legge n.184 del 1983, che aspiri ad adottare – mera aspirazione, non diritto – le contano pure i peli del culo (per usare un linguaggio giuridico) e infatti deve:
– essere unita in matrimonio da almeno 3 anni (non contribuisce ai fini del computo temporale un eventuale periodo di convivenza);
– non sussistere in una situazione di separazione personale, neppure di fatto, ed essere valutata e giudicata idonea ad educare, istruire e mantenere i minori che intendano adottare dal Tribunale per i minorenni e i servizi socio-assistenziali;
– rispettare una differenza di età tra la coppia e il soggetto adottabile compresa dai 18 ai 45 anni. Inoltre uno dei due coniugi può avere una differenza di età superiore ai 45 anni a patto che sia comunque inferiore ai 55 anni, limite che potrebbe essere derogato solo se i coniugi adottino due o più fratelli assieme o se hanno un altro figlio minorenne;
– subordinare il proprio interesse ad avere un figlio alla necessità che un bimbo possa avere una famiglia.

Conseguenza/1: numeri alla mano, le coppie sposate provviste dei requisiti e autorizzate dai Tribunali a poter potenzialmente adottare sono in Italia circa diecimila a fronte di circa mille bambini adottati ogni anno (rapporto 1:10, per ogni bambino ci sono 10 potenziali famiglie in possesso dei requisiti per adottarlo).

Conseguenza/2: per la legge italiana non basta il desiderio di adottare e non basta neanche la famosa “situazione di fatto” che precede la maturazione del diritto di adottare della coppia e normalizza ex post una procedura di adozione. Se una coppia sposata decide di aggirare questo iter, o perché lungo e troppo complesso o perché sprovvista di uno dei requisiti di cui sopra, e decide di andare all’estero – infischiandosene anche delle norme sulle adozioni internazionali – un bambino certamente riuscirà a procuraselo, anche con la pratica dell’utero in affitto, è vero che le coppie che ci ricorrono sono per la stragrande maggioranza etero, ma è altrettanto vero – e non vien detto – che la coppia etero che si procura un bambino contro legge, una volta rimesso piede in Italia trova una bella camionetta dei carabinieri a mo’ di comitato di accoglienza che le toglie tempo zero il bambino affidandolo a una casa famiglia (gli ex orfanotrofi, per capirci), e si becca un bel processo penale che può prevedere anche la leggerissima accusa di traffico internazionale di minori.
Questo per gli etero.

Per gli omosessuali invece l’adozione è che “ti fai il bambino”, tutta la procedura di cui sopra non vale, l’unico requisito è il “desiderio” e basta il mero possesso del bambino per legittimare la sua adozione. In deroga al principio che possono adottare solo coppie etero e sposate per loro vale il principio del “possesso vale titolo”, che sarebbe uno dei modi di acquisti della proprietà dei beni mobili – e sto dando per scontato la loro buona fede – ma evidentemente questi sono dettagli da pedante giurista.

A loro nessuno toglierà il bambino una volta in Italia, anzi, a loro si applica il regime della “situazione di fatto” – concetto che non significa nulla giacché qualsiasi situazione delinea un fatto, anche digitare tasti su questa tastiera è una situazione di fatto, il punto è il valore giuridico che si vuol dare al fatto e non il fatto in sé – che inverte il principio del supremo interesse del minore e prima lo subordina al desiderio della coppia omosessuale di “procurarsi” un figlio da adottare ex post e poi disimpegnerà chi di dovere a prendere una posizione di buon senso: e quindi la politica vellicherà la demagogia dei (presunti) diritti e tiferà “desiderio”; il combinato disposto magistratura e giornalismo benedirà il tutto perché appunto vale la “situazione di fatto” e la coppia di eroi riceverà applausi, intervistate, ospitate, encomi dal culturame perché «ha sfidato i tabù oscurantisti di questa Italia medievale» e «poi la Chiesa!», e le daranno la patente di “modernità” e allora scatterà la supercazzola sulla laicità – in Italia oltre ai professionisti dell’antimafia abbiamo anche i professionisti della laicità, quelli che “non avrai altra laicità all’infuori di quella che decidiamo noi” – e concluderanno con tutto quell’effluvio di cazzate che sentiamo ogni giorno sulla falsariga del «il paese aspetta una legge perché è più avanti della politica».
Non è che è più avanti, è che se ne frega di quello che decide la politica. Fanno cose contro legge, sapendo che il clima culturale che si è innescato è questo qui e prende il sopravvento sulla cogenza della legge anche quando crea delle sperequazioni tra coppie etero e coppie omosessuali.
Questo a casa mia si chiama “ricatto”.

E mi volete convincere che non è un imbroglio questo ddl? Che non è surrettizio? Che non delinea una discriminazione non solo tra bambini ma anche tra coppie etero sposate e coppie omosessuali in relazione alle procedure di adozione?

Questa storia di tirare in ballo i bambini ha stufato per quando è bugiarda e ipocrita. I bambini sono già tutelati dalla legge, leggersi art. 44 della legge 184/83, che già consente l’adozione di un bimbo orfano da parte di chi ha con lui un rapporto affettivo, anche se non è legato da rapporti di parentela. Siamo un paese che la civiltà giuridica l’ha insegnata al mondo, altroché «siamo l’unico paese che…». La stepchild adoption serve solo a legittimare l’agenda politica Lgbt che pretende il diritto alla genitorialità per la coppia omosessuale – diritto che oltretutto non esiste per le coppie etero – e usa i bambini che possiede come ostaggi come mezzi con cui perseguire il fine di soddisfare l’interesse/desiderio della coppia di sublimare la loro unione con la simbologia del bambino, con un bimbo da considerare loro figlio. Costi quel che costi.

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