Non avrai altra laicità all’infuori di questa

La rete funziona che stai leggendo le parole piene di buonsenso del papa e ti ritrovi rocambolescamente a guardare questo servizio sulla quotidianità di una “famiglia omosessuale” e non sai manco tu come ci sei arrivato.
È il solito spottone sulla sua normalità, su come vada stigmatizzata e socialmente accolta la possibilità che due uomini comprino ovuli da X e affittino l’utero di Y per il sol fatto che a Los Angeles li abbiano accolti con un «non dovete preoccuparvi, qui siete a casa», e come il loro quotidiano, fatto anche di posa di caffè che cade per terra e di album fotografici post nascite sfogliati e risfogliati, è identico a quello di tutte le famiglie.
Tutto bello, tutto ben tagliato, se non fosse che la verità è eversiva. Esce e manco te ne accorgi, è un fiume carsico che fa la festa anche quando si fa propaganda.
La verità cambia i connotati ai fatti e lo spottone si ritorce contro in un attimo. Minuto 14 e 30, uno dei bimbi gridare «MAMMA!» e uno dei due papà dice: «la cosa bellina è che eravamo disperati. Come senti, loro chiamano tutto “mamma”, ma nessuno gliel’ha mai insegnato, è la prima parola che dicono». La “mamma” di turno a cui il bimbo si rivolge è una piccola vasca da bagno colorata.

E allora torni al papa, a certi commenti che intravedono nelle sue parole una forma di ingerenza negli affari dello «Stato è laico», come se bastasse preservare contegno aconfessionale per fare il bene.

Ma è davvero così? L’equivoco su cui si muove l’accusa di ingerenza con annessa rinnovata manifestazione della laicità dello Stato è quella di pensare di essere i custodi dell’unica laicità possibile, come se gli unici monopolisti che possono discettare sulle cose del mondo – del suo futuro, del progresso, della morale come della sua assenza – siano loro, i sacerdoti di una malintesa idea di laicità che prevede, per andare con gli stivali delle sette leghe:

1) che tutto ciò che non sia confessionale sia sic et simpliciter una buona idea da ammettere di default senza vagli di merito; 2) che l’unica laicità possibile è la loro idea di laicità sistematicamente impermeabile a qualsiasi infiltrazione religiosa, cosa che conferisce a qualsiasi intuizione, anche la più stramba, purezza e illuminazione razionale; 3) che il bene passi dalla modernità essendo quest’ultima sempre sinonimo di progresso – come se tutte le idee nuove poi si siano rivelate giuste alla prova dei fatti e col tempo – e 4) che la loro idea di laicità debba declinarsi come l’unica offerta di futuro possibile e quindi irrinunciabile e a vocazione universale: deve valere per tutti, guai a farsi prendere dal dubbio, perché ha connotazioni dogmatiche come può esserlo una laicità che tende a voler essere religione di Stato e dalle religioni mutua il “non potrai avere altro Dio all’infuori di me” nel “non potrai avere altra laicità all’infuori di questa”.

Ma è davvero così?
Parliamone. Discutiamone.
Facciamo la gara della laicità.
E torniamo – e chiudiamo – allo spottone.
Cosa c’è di moderno nella matrimonialializzazione della società?
E cosa c’è di laico nella parcellizzazione della maternità – compro ovuli di X e li impianto nell’utero di Y – allo scopo di consentire a due uomini di essere padri di un bambino che però cerca e chiama la mamma, arrivando a identificare con quella parola una vasca da bagno come un ferro da stiro o una gruccia?
E se a quel bambino non serve la mamma perché, a maggior ragione, quella coppia di omosessuali non può stare senza un bambino?

Se la laicità è il primato della ragione, è davvero laica la parola che useremmo per giudicare questa storia alla prova della realtà

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