L’estraneo

L’estraneità riguarda tutti. Ma ogni estraneità è estranea alle altre. Non esiste una estraneità collettiva, chi se ne fa portatore è un impostore, perché un estraneo è tale soprattutto tra i suoi sedicenti compagni di estraneità. Se una compagnia esiste nella estraneità, questa è sempre inconsapevole. Ne consegue che l’estraneità non produce identità perché questa passa necessariamente per qualcosa che accomuna, e questo non accade con l’estraneità. Che anche se è comune, non accomuna.

L’estraneità è prepotente, supera i manicheismi di anticonformismo e conformismo riducendoli entrambi a percezioni, ad alveo relativo sia nella autovalutazione anticonformista di se stessi, sia non dando troppo peso all’accusa di conformismo che inevitabilmente provenire dal mondo diverso dal nostro. Si è sempre conformisti per qualcuno perché “conformismo” è il nome in cui si può declinare la diversità.
L’estraneità, invece, fagocita le categorie perché è modo di essere, tratto ontologico, qualcosa che riconosci anche nei comportamenti inconsapevoli di chi ti circonda. Si convive con lei, si può persino diventare professionisti dell’estraneità, il suo altro è sostanzialmente un labirinto: per voler superare un’estraneità si finisce dentro a molte altre. Spinto dall’estraneità, si entra dentro nuove estraneità con una consapevolezza che non solo non aiuta a uscirne ma produce estraneità anche rispetto all’impossibile uscita.

Tra le diverse possibili manifestazioni dell’estraneità c’è chi ne fa una professione. Anzi, è sul versante professionale che l’estraneità assume fattezze piene perché l’estraneo pur portandosi ogni epifania della stessa riconoscibile in tutti gli ambiti della vita, riscontra sul versante professionale quanto l’estraneità è diventata il motore di ogni scelta, la stella polare che, mascherata da decisioni consapevoli o da semplice casualità, ha orientato gli eventi.

L’estraneo era così già ai tempi della scuola, e poi dell’università. E ancora negli hobby. In ultimo nei lavori. Al plurale. Per l’estraneo esistono “i lavori” perché è estraneo a ogni regola legata al consesso sociale in cui si trova: più si avvicina a una situazione che può ridurre la sua estraneità – e quindi il rischio di abbandonarla causa accettazione delle regole dell’ambiente X che magari può persino essere confortevole – e più, tac, si materializza subito l’opportunità di una nuova estraneità, magari anche forzata, spesso addirittura inventata, che però pare proprio impossibile non cogliere per coltivare nuove estraneità. E così via.
Un’estraneità permanente tra ruolo ricoperto e ambiente (non) frequentato. Sempre esule.

Il punto, forse, è nel mancato baratto, nella indisponibilità a scambiare la “creatività da estraneità” con la “mediocrità da accettazione”: fino a quando la natura da spaesato vince sull’opportunità, l’estraneo non si separa dalla inseparabile compagna «estraneità». Perché, sì, la vita in sua compagnia è complicata per mille ragioni, e le aspettative di chi ti è prossimo e ti vuole bene le frustra sempre, ma nelle cose essenziali, nei momenti decisivi che fanno da spartiacque nel destino dell’estraneo, si rivela comoda perché è lei che gli consente di arrivare dove vuole, fino a pianificare una vita tutto sommato felice – migliore della media per la libertà che gli concede – ma tuttavia sempre da spaesato. L’estraneità resta infatti una pianta rampicante sempre attaccata alle ringhiere del balcone della sua vita: è punto di partenza ma soprattutto punto d’arrivo che non permette di sentirsi pienamente a proprio agio nel mondo a cui appartiene senza appartenerci.

È la volontà di appartenenza che provoca l’estraneità o l’estraneità a creare – frustrandola – la volontà di appartenenza? Chissà.
E chissà se l’accettazione dell’estraneità – ammesso sia strutturalmente possibile – possa significare il suo superamento.
O forse l’estraneità è soltanto libertà, e come tale una ricerca continua e mai del tutto soddisfatta?

Forse è solo un mezzo che ha a che fare con la noia verso tutto ciò che è terreno e che indaga lo scarto tra la propria dimensione di essere “finito” e obtorto collo limitato e l’anelito verticale verso il Mistero razionalmente insondabile che si prova a voler avvicinare nel disincanto che dà la condizione di spaesato, dissociato da ogni struttura umana fatalmente orizzontale.

Fatto sta che esiste una constatazione, un moto di consapevolezza, al di là di ogni tentativo epistemologico (e di diagnosi, e di profilassi): si è estranei per incapacità di appartenenza sempre per necessità e quasi mai per scelta.
E’ una condizione incarnata che assume i tratti della permanenza. Non si accende e spegne a piacimento, non ha interruttori e condanna a tenere sempre la luce accesa. Con gran dispendio di energie per illudersi di non sentirsi spaesati, ma forse in parte godendo della sofferenza di esserlo. E di non poter non esserlo. Estraneo a tutto, tranne all’estraneità.

GR

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