Il moralismo dei senza Dio che processa la “coerenza” della Chiesa

La rassegna stampa oggi è un grande ventilatore accesso nei paraggi della merda. Direzione Chiesa Cattolica.
Si chiama moralismo, ed è una scelta politica, un mezzo adottato da tutti i giornali per suscitare quella cosa chiamata indignazione di massa che trasforma l’opinione pubblica in emozione pubblica, un infinito stracciamento di vesti che è sport olimpico nazionale nella sua prassi culturalmente grillina che supera la stessa possibilità di votare i galoppini di Grillo nella cabina elettorale, perché il simbolo sui cui apporre la propria croce sulla scheda elettorale, davanti a un fatto così strutturale, è l’ultimo dei problemi, un dettaglio ridimensionato dalla realtà.

Quindi il moralismo. Che nasce da quella ipnosi collettiva chiamata rimozione del peccato personale e ci fa sentire vittime innocenti con un pulpito e delle buone ragioni idonee a farci scagliare contro le “insopportabili ingiustizie della casta”.
Come se non fossimo parte agente anche noi del tutto.
Come se rispetto al tutto esistesse un punto esterno su cui appollaiarsi e su cui noi abbiamo titoli e meriti per appollaiarci. Come se anche noi non fossimo casta nella tutela (sacrosanta) dei cazzettini nostri, della aiuola del nostro giardino, del particulare, e il resto “non sono fatti miei”, non devono esserlo, perché se lo fai scatta la domanda del cazzo tipo “ma a te che ti cambia se due omosessuali vogliono sposarsi”? (non è questo l’argomento del post)

Contro la Chiesa che per statuto si occupa dei peccati questa operazione di rimozione del peccato personale viene ovviamente bene: “la Chiesa è ipocrita, è ricca, vive nel lusso ma pretende di giudicarmi. Io invece sono povero, sono meglio di lei, sono buono, e mi assolvo”.

L’unità di misura non è la fede ma la visura catastale della casa del cardinale terrazza inclusa, la relazione del ctu sui beni della Chiesa, la business class dei viaggi aerei del card. Pell.
La paranoia da indignazione che diviene nuovo paradigma della lotta di classe contemporanea.

Al di là delle vicende di Bertone e delle potenti ventole azionate da ventilatori posizionati nei paraggi di un casino di merda (opinione personale: ce ne fossero di uomini di Chiesa come Bertone) atte a distruggere la sua onorabilità di uomo di chiesa e per suo tramite la Chiesa stessa, il cristianesimo è altro.
E l’equivoco (eufemismo) in cui cade chi parla di Chiesa non essendo cattolico – e quindi non vivendo su di sé l’orizzonte del peccato – è di non sapere di cosa sta parlando e confonde e vuole confondere il cristianesimo come surroga del galateo, come formuletta morale per quattro sfigati che brigano paradisi per l’Aldilà.
Quando invece è il contrario, esattamente il contrario.
Il cristianesimo può essere un uomo sporco, persino un cardinale, ma non può essere un uomo accusatore che si sente innocente.
E’ il contrario del dito puntato. Anzi, quel dito proprio non c’è sulla scena pubblica.
E’ semmai l’ateismo militante con la sua ossessione da ripristino della morigiratezza che produce moralismo e quindi ciò che ad esso è prodromico, quella fossa biologica chiamata indignazione collettiva.
Il cristianesimo invita a fare altro, a guardare la propria trave al posto dell’altrui pagliuzza, a lanciare la pietra solo se si è senza peccato. E quindi mai.

Il cristianesimo è bellissimo per questo, è rivoluzionario – lo diceva Benedetto Croce, non Giovanardi – perché è carne viva in cerca di vie di risurrezione, non vicoli ciechi in via di sterilizzazione.

Ecco perché laddove c’è moralismo non c’è Cristo.
Ecco perché questo dibattito sui peccati della Chiesa da parte di un mondo che non riconosce su se stesso i peccati ma giudica quelli della Chiesa usando prima l’artifizio di descriverla idealmente perfetta e poi cavalcando il differenziale tra l’ideale inventato e il reale solo per parlarne male, fa altamente cagare.

 GR
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