I due Sinodi

ll Sinodo della Chiesa e il sinodo sul Sinodo inventato del giornalismo italiano. Due sinodi che sui divorziati risposati si muovono nel campo dei contrari più che in quello dei sinonimi. Quella che grossolanamente viene chiamata APERTURA (quindi, tradotto, strappo rispetto al passato) e COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI da parte del sinodo giornalistico è un’apertura manco per niente; è, semmai, una libera traduzione del punto 85 da parte del sinodo gemmazione del Sinodo Madre che attacca con le parole di San Giovanni Paolo II, niente di meno. Ergo, nessuna apertura in senso mondano, nessuno strappo, nessuna ricalibratura della misericordia divina al concetto di misericordia (mal)inteso dai tempi, nessun primato del cangiante sull’Immutabile.
La Chiesa, anzi, rinnova in materia una impostazione che ha almeno 30 anni, ritenendola valida come segno di fedeltà a Cristo e alla verità che si compie nella misericordia.

Il punto 85 per comodità andrebbe analizzato in due parti. Attacca dicendo che: “San Giovanni Paolo II ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido».
Fine virgolettato di San Giovanni Paolo II.
Nessuna apertura ma un ribadimento.

Seconda parte del punto 85, consequenziale alla prima:
“È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno.”

Quindi: ESAME DI COSCIENZA. MOMENTI DI PENTIMENTO. CHIEDERSI COME SI SONO COMPORTATI. SINCERA RIFLESSIONE COME VIATICO ALLA MISERICORDIA DI DIO.

Questo per dire che al di là dei diversi casi, anche nei casi più tenui di rottura del vincolo sponsale, l’asticella da saltare è posta molto in alto. Si chiede a chi si trova fuori dal matrimonio, e ambisce alla misericordia divina, di fare qualcosa e di farla per primo. Mettersi in discussione per aprirsi alla misericordia di Dio.
Opinione personale. Sarà la mancanza di questo impulso iniziale da parte di chi intende l’ostia come un diritto dovuto per obbligo sociale, a cui la Chiesa deve conformarsi dentro un’idea mondana della misericordia che esclude la penitenza come il peccato, a poter far crollare le belle parole che il Sinodo ha spesso su un concetto bellissimo e dolce quale il discernimento.

Ancora sicuri che tutto questo si traduca come «La Chiesa apre alla comunione per i divorziati risposati»?

GR

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