LA CURA

Leggevo questo articolo. E vabbé, la retorica sui “diritti” che usa i bambini, vittime, come cavallo di Troia per riconoscere le effrazioni alla realtà degli adulti la conosciamo, è consunta, e oggettivamente paga.
Nessuna menzione su come un bimbo possa avere due mamme. Neanche a straforo. Neanche allusiva. Neanche un merdossimo dubbio, laico per definizione. Encefalogramma piatto. Dogmatico nonostante si parli di qualcosa che non ha un’origine.
E’ normale (dove normale va inteso come rientra nel novero delle cose che possono succedere) avere due mamme secondo il Corriere. Come nascere con gli occhi azzurri anziché neri. Può capitare.

Io non credo che l’omosessualità sia una malattia, ergo non è una cosa che va curata, ma rivendico il diritto di pensare (e dire) che molte rivendicazioni omosessuali nel dibattito pubblico – tipo l’astrazione di intendere il diritto al figlio, costi quel che costi e anche a costo di amputare delle origini un bambino, e tutto questo, paradossalmente, in nome dell’amore – delineano personalità malate, dissociate. Personalità che vanno curate al pari di chi si sente Napoleone e non ha santi in paradiso nel giornalismo, nel mondo dello spettacolo, nell’intellettualismo senza intelletto, che lo aizzi nel pensiero che sì effettivamente qualche ragione ce l’ha per sentirsi Napoleone.
La differenza è questa. Le rivendicazioni omosessuali su questo argomento si muovono su una bisettrice diversa perché godono del reticolo protettivo del politicamente corretto e dei suoi ludibri orizzontali timorosi di usare la parola “cura”.
I comportamenti omosessuali non possono essere curati perché l’aggettivo omosessuale sterilizza persino il solo tentativo, rende offensivo parlare di cura, macchia chi lo fa di conclamata omofobia.
Gli omosessuali col loro essere possono dire e pretendere tutto, a prescindere dalla qualità delle loro rivendicazioni.
Come se la parola “cura” nei loro confronti perdesse di significato originario. Come se fossimo nel migliore dei contrappassi dinanzi a super uomini e super donne immunizzati dalle maglie e dal bisogno della cura, del prendersi cura, del significato originario della cura, del suo senso che altro non è che il modo più nobile per fare del bene al prossimo e interessarsi ad esso per davvero.
Qui il piano è schifosamente obliquo, gioca coi non detti, e per ragioni ora politiche, ora opportunistiche legate al timore di essere bollati come reietti sociali, preferisce far accucciare il pensiero unico sui binari appiccicosi della accoglienza acritica e della generosità fellona. Ci si lava le mani e si spaccia per tolleranza, avanzamento, progresso, quel che è invece è indifferenza che non si vuole chiamare per nome.

Se due donne si sentono nel giusto nel sentirsi mamme e prescindono anche solo potenzialmente dalle conseguenze che la protervia adulta può determinare nella storia di quel bambino non è solo colpa loro – i matti esistono da sempre e prescindono dall’orientamento sessuale – ma di chi oggi a vario titolo continua a disertare e a non dir loro, come si fa a quello che si sente Napoleone, “siete due dissociate”. E non per giudicare il loro orientamento sessuale, che chi se ne frega, puoi anche innamorarti di un termosifone acceso a ferragosto, ma semplicemente per fare del bene (almeno) a quel bambino che meriterebbe altro rispetto alle sperimentazioni sociali.

GR

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