La cultura del ’68 fa preti amici del 69.

La cosa più imbarazzante di questo ex carneade è il livello da terza elementare delle sue argomentazioni, improntate alla
genericità e alla confusione come fanno i minus habens e gli intellettualmente disonesti. Fa specie che un teologo della Congregazione della Dottrina della Fede, un tempo caminetto delle mente più fini del clero romano, ragioni in modo così sciatto. Quasi da popstar.

Cioè, oltre lo sfogo liberatorio culturalmente molto sessantottino – e si sa, dopo il 68 viene sempre il 69 – di chi pensa che i suoi problemi siano causati dal “sistema” e dalle regole del sistema, e non dalle sue azioni coniugate al principio della responsabilità individuale, nel suo caso legata al rapporto da sempre irrisolto tra il suo personale orientamento sessuale e le scelte di vita (un seminario servirebbe ad altro non a vergognarti di dire a mamma e papà che sei omosessuale), non c’è nessuna piattaforma rivendicativa.

Sfogatoio, parole in libertà sulla presunta condizione disumana legata alla astinenza dall’amore, come se tutti i preti che non associano l’amore nel sacerdozio al sesso da consumare siano algidi automi. Delle parodie di uomini. Dei torturati a cui il “sistema” ha cambiato i connotati per renderli funzionali ad esso e quindi inumani. Anzi, eunuchi. Loro. Non lui.

E che belle le cose che stanno scrivendo i preti in queste ore sul celibato. Mica mettono la testa sotto la sabbia. Mica dicono che è tutto rose e fiori. Mica negano momenti di sofferenza e di tentazioni rispetto alla coerenza verso quel patto (non un obbligo ma un patto contratto liberamente e da cui poter recedere quando si vuole pagando, va da sé, delle conseguenze).
Preti che ammettono di aver pregato anche per questo. Di essersi aggrappati a Cristo, su questo argomento come su tutto il resto, perché «venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà» anche nella speranza di «non indurci in tentazione».
Preti che di fatto difendono l’intrinseca giustezza del celibato come spartiacque della loro esistenza terrena votata alla vocazione verso la Chiesa e le loro comunità. Preti che su mille e uno argomenti la pensano diversamente ma che su celibato si sono ritrovati tutti uniti come se si fosse costituita una mutuo soccorso nella preghiera.

Ecco, gli altri pregano per continuare a essere discepoli di Cristo. Lui scopa. Ma, ed ecco il rigurgito sessantottino, le colpe delle sue debolezze non sono sue, non c’è pentimento prologo del perdono, ma l’accusa al “sistema disumano”; quel sistema che lui, giglio di campo, ha imbrogliato ieri e vuole imbrogliare oggi a colpi di vittimismo declinato in “diritti”, pena l’accusa di omofobia verso la Chiesa.

Ma quali diritti poi? Tutto il suo chiagni&fotti manca del passo successivo. Tira il sasso e nasconde la mano.
Alla fine della fiera questo personaggio intellettualmente disonestissimo cosa chiede in concreto alla Chiesa?
Voi l’avete capito?
Se ogni lotta ha obiettivi precisi, ben identificati, i suoi, per quanto pessimi possono essere, quali sono?
In cosa la Chiesa dovrebbe riformarsi secondo lui?
Dovrebbe abolire il celibato?
Dovrebbe permettere agli omosessuali di sposarsi in Chiesa?

Non si sa. Non è dato a sapersi. Non lo dice.
Basta dire che “la Chiesa è omofoba”.
Ecco perché non un eroe ma un mezzo uomo (e non virilmente parlando), ecco perché è solo uno schifoso saltimbanco da bluff mediatico.

GR

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