Il gender non esiste. Esiste tutto il resto.

L’aria esiste, ma si può stringerla tra le mani? Evidentemente no. E come verrebbe etichettato colui che si proponesse di farlo?

Basta rispondere a queste due domande per uscire dall’equivoco del “gender” e convenire che le teorie che ad esso farebbero rifermento non esistono.

Dissociamoci dalla volontà di dimostrare il contrario, liberiamoci dalle turbe da feticismo lessicale, le teorie di gender esistono solo come astrazione accademica, non come dato sociale. Non esistono per il semplice motivo che inseguire un concetto liquido e ontologicamente fluttuante è una perdita di tempo a resa zero. Chi lo fa è giustamente un invasato. Un picchiatello con lo scolapasta in testa.

Inseguire un concetto che nega la realtà fa il gioco di chi la realtà vuole negarla. Il gender è uno spauracchio che tende ad ammortizzare e a caricarsi su di sé il dibattito di merito sulle cose, ovvero il dato reale che non va fagocitato da discussioni astratte e teoretiche.

E cosa ci dice la realtà? Ci parla degli Standard per l’educazione sessuale in Europa e in Asia redatto dall’Oms (che è un’agenzia dell’Onu, non un organo scientifico), che esistono per davvero al di là dell’impianto culturale che li giustifica.

Io non so se i protocolli dell’Oms siano conformi al gender o lo rinneghino. Poco importa quando leggo lo schemino di pagina 40 su come mettere i bambini di età 0-4 anni nella condizione  di provare «gioia e piacere nel masturbarsi»,«basi su come nascono i bambini», «acquisire consapevolezza della identità di genere», «esprimere i propri bisogni, desideri e limiti ad esempio nel “gioco del dottore”», ecc, ecc.

A 4 anni non sai ancora leggere e scrivere ma devi sapere come si fanno i bambini e manifestare desiderio sessuale attraverso questi metodi istruttivi (e non educativi).

Chi se ne frega del gender, chiamiamole pure “teorie di Pippo”. Il problema insiste in questa volontà di sessualizzare l’uomo che vive un’età così piccola e dargli forzatamente una coscienza sessuale portandolo in una dimensione che un bambino che a malapena cammina evidentemente non ha. L’ingiustizia non è il gender ma avvicinare i bambini al mondo degli adulti attraverso le induzioni. Non si abbassa l’adulto al bambino ma si cerca di alzare il bambino ai nostri standard, propinandogli pratiche non conferenti alla sua dimensione anafica e sociale. Rispettare i bambini significa insegnare ed offrire loro ciò che a loro compete e né la sessualità né quello che sarà il futuro orientamento sessuale – quale che sia – fa parte delle necessità dei bambini né da 0 a 4 anni né tanto meno dai 6 anni in poi.

Pur tendendo conto della irriducibile unicità di ognuno di noi, siamo stati tutti bambini. Chiunque dotato di memoria e buonsenso può convenire che a 4 anni in nessuno di noi è esistito il problema della identità sessuale se non, come avviene oggi, nella misura in cui non si vien costretti dagli adulti a farlo attraverso dei meccanismi di induzione.

Il problema non è il gender ma questa sessualizzazione dei bambini. Una sessualizzazione che è forzata e che risponde solo agli stereotipi degli adulti; stereotipi che non sono di genere ma che vengono imposti ai banbini in nome della liberazione degli stereotipi di genere. Stereotipi sociali di adulti formati e condizionati da una società iper sessualzzata che bombarda noi adulti di immagini o propone modelli fortemente sessualizzati. Vogliamo applicare ai bambini i codici del nostro mondo adulto iper sessualizzato e che ci rende, a tutti i livelli, ossessionati dal sesso. Almeno pubblicamente.

Nell’applicare lo schema degli adulti ai bambini manchiamo di discernimento e confermiamo la matrice culturale che giustifica la legalizzazione delle unioni gay, ovvero la prospettiva adulto-centrica a discapito di quella bambino-centrica.

Ed è paradossale che questo avvenga con gli strumenti di una battaglia che sembra opposta, quella della distruzione delle differenze di genere. Fatto sta che questa battaglia, invece di liberarci, ci sta opprimendo. Schiacciati da questa nuova divinità sessualizzata e sessualizzante che assorbe qualsiasi altra dimensione umana fino a scendere, a cascata, sui bambini da 0 a 4 anni. A farne le spese, sono loro, i più piccoli, i più indifesi, perché non è inverosimile pensare che sessualizzare l’uomo in età così precoce non solo non persegue l’obiettivo che si propone ma addirittura espone i bambini al rischio di abuso.

Un buon dibattito è fatto di buone domande. In questo caso quelle migliori devono partire non dalla esistenza o meno del gender ma se sia saggio e opportuno sessualizzare forzatamente i bambini.

GR

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