Meglio don Gallo di certi preti alla don Mauri. Conformismi clericali, vanità, falsa misericordia.

Nel paese di Pulcinella e Arlecchino funzionava che il primo menava mazzate e il secondo, da dietro, tirava la veste e metteva tutti d’accordo. La lettura di questo pezzo mi ha rimandato al gioco degli equivoci intesi come mascheramento voluto e cercato, come diserzione con l’appuntamento con la verità (con la minuscola).

Questo articolo l’ha scritto un prete ed è una delle cose più inutili che mi è capitato di leggere ultimamente. Non dice niente né lascia nulla. Una predica senza contenuti. Una grandissima circumnavigazione, un infinito preambolo che non arriva mai al punto, che si lascia intravedere solo in filigrana e a cui il lettore arriva solo per presunzione. Pusillanimità a 48 carati. Giudica partendo dal presupposto che non bisogna giudicare. Dice che non bisogna mettere le persone nelle categorie e lui per primo ti inventa la categorie. Bizantismo e malafede.

Il prete sociologo e di mondo se la prende coi cattolici che si organizzano e fanno resistenza pubblica ai desideri di genitorialità di alcuni omosessuali. Il punto è questo. Non lo dice causa mancanza di coraggio, ci arrivo più avanti, ma questo è. La sua linea sull’argomento è non fare, non dire, non giudicare, non organizzare, lasciar correre, vivere porgendo l’altra guancia e non importa che le guance siano due e non quarantasei, vivere lo stesso così. Vivere la fede come un rifugio dalla realtà, come se la Scrittura non serva a dare maggiore consapevolezza nello stare al mondo ma sia àncora che mette il credente su un punto esterno rispetto al mondo. Un punto così esterno da renderlo periferico, consegnato all’auto isolamento, alla non incidenza. E quindi come se le leggi – di quello qui si parla – siano roba asettica, neutra, che non c’entri con i costumi e non siano portatrici di una cultura più o meno conforme al Disegno di Dio.

Nel leggere questo prete ho pensato a don Gallo, che ho rivalutato. Uno che la diceva male ma aveva il coraggio di dire quello che pensava senza troppi giri di parole, uno che a modo suo praticava schiettezza conforme alla logica de “il tuo sì sia sì, il no, no. il resto è opera del demonio”. Don Mauri invece no, è un prete furbissimo perché riesce a non dir nulla ma a dirlo bene tanto da rendersi inattaccabile. La doppiezza è un’astuzia che te la fa sfangare sempre. Un clericalismo della peggior specie, quello più unto, perché gioca a fare due parti in commedia. E’ sia Pulcinella che Arlecchino: mena fendenti come il primo ma usa l’astuzia della mansuetudine per mettere d’accordo tutti. Almeno nelle intenzioni. E’ un Arlecchino travestito da Pulcinella e quindi prima inventa la categoria disprezzante dei “cattolici-ultrà”, poi si nasconde strumentalmente dietro di essa e in ultimo, tra un distinguo e l’altro, lo spazio finisce e ogni parola sul merito è assorbita e fatta coincidere nella definizione dei “cattolici ultrà”. Se sia o meno conforme, dal suo punto di vista, il matrimonio omosessuale al Disegno di Dio non una parola. Se faccia bene la Chiesa a opporre resistenza, niente. Se sì, ma sono sbagliati i metodi, nessuna proposta.

Un gigantesco vuoto pneumatico tutto giocato sulla ambiguità. Mai sia che si parli di merito. Come fanno gli agnostici che praticano l’ateismo di fatto ma si vergognano a dichiararsi atei, lui se la prende con i cattolici che si organizzano (quindi sono ultrà) per non dire ciò che pensa ovvero che non vede niente di male nel matrimonio omosessuale. Non ha il coraggio di dirlo e quindi se la prende con le persone (in un suo commento all’articolo le Sentinelle in Piedi diventano “sentinelle del mattino”) in modo da poter screditare automaticamente le cose che dicono e fanno. Furbissimo. Un modo schifoso di pensare e stare al mondo ma furbissimo.

A essere conformisti non si pagano prezzi e si beccano applausi. E questo prete lo sa bene. Obiettivo, dividere i cattolici ben oltre la libertà che ci lascia il Padre. Lo schema è: se manifesti una visione pubblica della fede intendendola come unico presidio a difesa della ragione umana e ti batti con passione per la Verità sei un cattolico ultrà. Uno che disturba.

Già, la Verità. Il prete sociologo inibisce i fedeli dall’uso pubblico della parola Verità. Vorrebbe un mondo cattolico più mansueto, pubblicamente dimesso, che provi a vivere la fede nelle chiese un’ora a settimana la domenica o al massimo negli oratori, al chiuso e nell’ambito della propria intimità tra una messa e un rosario, ma timido quando sta al mondo fino alla censura. Un cattolico che non rompa le palle, insomma. Una roba conforme al vangelo secondo Marco. Inteso come Marco Pannella. Una visione così “adulta” da essere adulterata nella delineazione della visione flaccida che vorrebbero i Radicali Italiani. Cattolici da zitti e mosca.

Mi sono chiesto perché un prete dice non dicendo. Qual è il motivo di questa doppiezza che evapora nel nulla. Ho pensato ai ricatti del mondo e alle belle parole di papa Francesco (ma anche di papa Benedetto XVI) sui veleni della falsa misericordia che vorrebbe restituire al mondo un’immagine edulcorata di Gesù.

Credo che il problema riguardi l’esegesi biblica della misericordia e del perdono che oggi scontano un aggiornamento condizionato dai diktat mondani ma anche dalla pavidità di un clero ora corrotto dal mondo, ora affetto da sindromi di inferiorità rispetto alla possibilità di annunciare il Cristo dei Vangeli.

La Verità non è un concetto da afferrare, un’idea, una predisposizione d’animo, un sentimento astratto, ma l’incontro con una persona, Gesù. La Verità è una persona, è Gesù tutto intero, quell’Uomo che non era d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù portatore anche della sua santa ira, di quella durezza della verità che coincide con l’amore vero in quanto esigente.

Senza la serietà dell’ira di Gesù non esiste il vero Gesù per come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura. Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”, di astensione dal giudizio che non abbia l’esigenza della Verità. Il perdono è esigente e chiede ad entrambi – a chi lo riceve ed a chi lo dona – una presa di posizione che concerne l’intero essere. Presa di posizione, altro che cattolici ultrà da schernire.

Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora a che servirebbe il dolore della crocifissione se non si può almeno provare a guarire l’uomo? A che serve un prete che non capisce e non annuncia che Gesù, per Sua stessa ammissione, è venuto a dividere (altro che cattolici ultrà)? Se la forza della croce viene espunta, se il catechismo retrocede a educazione civica e manierismo, la salvezza è solo nel pensiero moderno a cui questo prete sociologo è prone. Un pensiero moderno che vuole i cattolici, nella migliore delle ipotesi, confinati nelle chiese ad occuparsi solo dei grani del Santo Rosario. Atomizzati nel loro individualismo bigotto. Non devono occuparsi del mondo. Soprattutto su temi che stanno a cuore al mondo (e a preti come don Mauri) come il matrimonio omosessuale. Pena, essere definiti ultrà, dal mondo – e ci può stare – e da certi preti furbissimi che poi si esibiscono lancia in resta su L’Espresso. Il problema sono i cattolici che si organizzano, non la vanità di certi preti alla don Mauri che fanno passare per odiatori chi cerca, per quel poco che è, di testimoniare la Verità.

Da irrimediabile peccatore e da persona che non è nata cattolica ed è arrivata alla Verità baloccandosi in altri mondi apparentemente bellissimi ho capito sulla mia pelle che il perdono ha a che fare con la Verità. Esige la croce del Figlio ed esige la conversione e la testimonianza. Perdono è appunto restaurazione della Verità, superamento della menzogna nascosta in ogni peccato. Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della Verità del proprio essere e quindi della Verità voluta dal Creatore, da Dio. Che è una, ed è incarnata da Gesù e dalla Sua Sposa, la Chiesa. Anche sul matrimonio, che non può essere omosessuale. Checché (non) ne dica questo prete.

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