Il voto di protesta: scegliere un impresentabile.

Quindi abbiamo scoperto che si è “impresentabili” – parola di nuovo conio della politica “perbene” – in base ai codici di autoregolamentazione dei partiti e non alle legge. Ergo: l’impresentabilità è sancita da criteri politici valutati e applicati da un tribunale politico e senza giurisdizione chiamato Commissione Antimafia; criteri politici che in quanto tali sono discrezionali come tutte le scelte politiche.
Per l’Ordinamento giuridico è presentabile chi è candidabile. Punto. Questo conta in uno Stato di diritto. Però qui tra il moralismo peloso dei partiti che si sono venduti al marketing demagogico della “onestà” e le prescrizioni di legge, a soccombere è quest’ultima.

Non si può essere al di sopra della legalità, più legali della legalità, perché altrimenti si slitta nel moralismo utopistico. Questa gente è tutta candidabile. Per legge. Non secondo i nostri “secondo me” – criterio discrezionale – che al massimo può legittimamente portarci a non votarli. Però niente. Bisogna darsi alla moda dell’avvelenamento di pozzi.

E allora ho cambiato idea. Volevo astenermi ma non lo farò e per colpa della Bindi e del tribunale della morale che preside andrò votare per protesta solo per scegliere un impresentabile. Battaglia di principio. E’ questo il mio voto di protesta.

Tre appunti culturali ma anche di metodo.
1) Dire “rinviato a giudizio”, politicamente non significa nulla.
2) Parlare di indagati e condannati senza fare un’analisi di merito significa essere sommari.
Ci sono processi che rispetto alla attività politica sono strumentali, altri addirittura non conferenti.
3) Usare criteri giuridici (indagato, condannato, pregiudicato, ecc) e applicare le qualificazioni proprie del diritto penale alla politica è moralismo, giustizialismo e utopismo di chi, in nome di un perfezionismo calvinista, vuole una immagine della politica diversa dalla società che non è certo popolata da puri.

Un politico “pulito”, senza macchia, può essere un buono a nulla. E i buoni a nulla sono incapace a far tutto. Persino di “rubare”. Essere puliti non è garanzia di buona politica. Di più. Mancando la buona politica si continua a mettere la polvere sotto al tappeto e si indugia con questa distrazione di massa suggestiva e suggestionabile che innalza l’onestà a criterio su cui costruire una identità oggettiva a cui la politica deve conformarsi con rigida continuità. Prima la tagliola preventiva della legge Severino, sulla cui conformità costituzionale non c’è unanimità, poi quella postuma della Commissione Antimafia che appende i reietti (candidabili per legge) alla colonna degli infami e li dà in pasto, a pochi giorni dal voto, a un’opinione pubblica già ben eccitata da criteri non politici e per questo avvezza alla possibilità di condizionare le proprie scelte politiche da criteri che con la politica non c’entrano niente.

GR

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