Laicità for dummies

«…un sano pluralismo non si chiuderà allo specifico apporto offerto dalle varie componenti ideali e religiose che compongono la società, purché naturalmente esse accolgano i fondamentali principi che presiedono alla vita civile e non strumentalizzino o distorcano le loro credenze a fini di violenza e sopraffazione. In altre parole, lo sviluppo ordinato di una civile società pluralistica postula che non si pretenda di confinare l’autentico spirito religioso nella sola intimità della coscienza, ma che si riconosca anche il suo ruolo significativo nella costruzione della società, legittimando il valido apporto che esso può offrire.
La storia dell’Italia mostra chiaramente quanto sia grande il contributo del Cristianesimo alla sua cultura e al carattere della sua popolazione, quanto la fede cristiana abbia permeato l’arte, l’architettura e il costume del Paese. La fede si è trasformata in opere e queste in istituzioni, fino a dare volto ad una storia peculiare e a modellare pressoché tutti gli aspetti della vita, a partire dalla famiglia, primo e indispensabile baluardo di solidarietà e scuola di valori, che va aiutata a svolgere la sua insostituibile funzione sociale quale luogo fondamentale di crescita della persona».

E’ un passaggio, questo, del discorso preparato da Francesco per l’incontro con il presidente della repubblica Mattarella pregno di bellezza perché meglio di altri fissa il perimetro cognitivo di una laicità compiuta, fuori da quelle interpretazioni che si muovono nel delta che va dalla strampaleria alla censura verso la dimensione pubblica della fede.

In filigrana le parole del Papa pongono sostanzialmente una domanda: Cos’è la sconfitta di Dio se non la vittoria del male sulla ragione?

Rispondere a questa domanda scioglie l’equivoco concettuale che ammanta il cosiddetto principio della laicità che, per sua natura, è ontologicamente vago come tutti i concetti che si declinano “al negativo”. Una indeterminatezza che ben si presta a essere riempita con quel tutto che potenzialmente può includere tutto, stravaganze incluse.

Un’idea distorta portata avanti da quell’anticlericalismo essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo e di cui brillantemente parlava quell’autentico liberale di Friedrich von Hayek, filosofo e premio Nobel per l’economia del 1974. Una laicità da intendere come sostanziale mal disposizione dello Stato verso Dio che trova il suo punto di equilibrio nella indifferenza e nella pusillanime neutralità che, nella prassi, si traduce nella censura.

Banalmente si è portati a pensare che i credenti debbano rinnegare il principio di lealtà verso la loro fede e conformarsi alla politica dei due forni di andreottiana (ma anche un po’ renziana) memoria, come se l’uomo fosse fatto a moduli, bipolari per coercizione mondana: da una parte possono convincersi che il Vangelo dica la Verità ma devono professare la loro fede dentro una dimensione privata della esistenza e costretti a portare in società solo argomenti razionali che quindi escluderebbero Dio.

Ora, a parte che il discorso su Dio attiene al mistero e non all’illogico e mai in quello della contraddizione rispetto alla logica, essere laici non significa stare in opposizione ai credenti e bandire il discorso pubblico su Dio come credono e vogliono far credere gli ignoranti e i disonesti, Francesco e il capo dello Stato ci dicono che non è vero.

Il discorso su come non va intesa la laicità potrebbe aprirsi e chiudere parlando di ospedali e università. Se la fede fosse una faccenda privata e non testimonianza pubblica e quindi fonte ispiratrice primaria della nostra cultura non avremmo né i primi né le seconde, essendo entrambi prodotti della cultura ispirata da una fede pensata e vissuta pubblicamente, come non può non essere la fede cristiana e che non avremmo se i credenti l’avessero limitata al loro spazio privato.

La laicità appartiene al cristianesimo in modo irrinunciabile proprio perché la religione ha una dimensione pubblica. Il loro è un incastro inscindibile, e l’esempio dato da Francesco ne è ulteriore prova e conduce verso questo orizzonte di onestà intellettuale fatto di precisione concettuale.

Fu Gesù il primo laico della storia col suo «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Dopo di lui a nessun Cesare fu consentito di sovrapporsi a Dio e avere un potere assoluto sulle persone e sulle cose. Senza il Figlio di Dio non avremmo avuto lo Stato laico perché il primo a desacralizzare il potere fu in primis Gesù; quello stesso potere che fino ad allora aveva strumentalmente usato le religioni per assolutizzare sé stesso.

Il senso religioso costituisce storicamente il principio ispiratore della cultura umana in tutte le sue espressioni. A meno che non si voglia muover guerra a concetto di tradizione, da sempre possono esistere stati atei ma non popoli senza senso religioso. Tenere conto della tradizione religiosa del suo popolo è cosa ben diversa per uno stato da imporre una religione ai cittadini o discriminare in virtù dell’appartenenza religiosa. L’equivoco in cui si muovono i banali è quello di confondere la Verità con la sua imposizione; ma il credente proprio perché sa che il regno di Dio non è di questo mondo e che lo stile di Gesù Cristo non conosce forzature e imposizioni e lascia tutti liberi, non può imporre niente a nessuno. Ecco perché la laicità non va confusa con deliri di utopica neutralità. Perché laddove lo Stato è neutro rispetto alla religione si abbandona alla finzione che nasconde semplicemente il tentativo scorretto e surrettizio di discriminare. E del resto la venerazione del potere pubblico, fino alla divinizzazione dello stesso che ha portato ad appiattire Dio su Cesare ha prodotto totalitarismi e dittature.

Intendere la laicità in senso neutrale e ridurre la pratica religiosa allo spazio privato fa crescere risentimenti e frustrazioni che si manifestano sulla scena pubblica come conflitti. Di contro, limitare invece l’Autorità statale dalla possibilità di prendere il sopravvento sull’uomo in modo esclusivo significa accettare che la realizzazione del bene necessita del contributo di tutti e non può essere appannaggio di un “potere” che per tabulas va divinizzato. Riconoscere alla Chiesa la competenza della sua missione e cioè su “cosa deve fare in terra ogni uomo per andare in Cielo” (sinteticamente, questo è) che la legittima a dire e fare tutto quello serve per realizzare il suo magistero significa riconoscere una gerarchia di elementi logici che realizzano la perfetta laicità nello spazio pubblico della fede.

Confondere la laicità con l’ateismo – i peana sulla distorta laicità provengono quasi sempre da chi prima intende l’essere senza Dio con l’essere contro Dio e poi vorrebbe imporre il suo essere come metro universale per della società – dentro una visione monologante e non dialogante con la verità storica, è tossico, paranoico e non fa bene all’uomo.

Oggi, come ieri, come domani, l’uomo è sempre lo stesso. È sulla dignità dell’essere umano che si gioca sempre di più la sorte della civiltà, e su questo il Cristianesimo, che non è il passato ma l’Eterno, è ben iscritto nella storia della nostra civiltà e non merita, in primis in una prospettiva razionale, di prendere lezioni da nessuna Autorità.

Questa è la lezione di Papa Francesco e di Sergio Mattarella.

GR

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