«Il mio unico orgoglio è potare le piante in giardino»

«Rimanere sola è stato un dolore immenso. Mi svegliavo al mattino senza che nessuno mi saltasse addosso, tornavo a casa la sera e c’era un silenzio orribile. All’improvviso più nessuno mi faceva sentire indispensabile, buona ma non sono capace di dire “per sempre”. Piango moltissimo, da sola su questo divano. Mi appallottolo qui e piango. Poi dopo un po’ mi alzo e faccio qualcosa. Di solito salgo in terrazzo e poto le piante. Che sono il mio orgoglio e la mia consolazione. Un giorno, piangendo, le ho potate al punto da raderle al suolo».

Mi ritrovo quasi rocambolescamente, come spesso accade sul web, a leggere questa intervista ad Emma Bonino. Non so se la coerenza sia un valore da preservare, invidiare e anelare a prescindere, a volte credo sia un alibi, un bidone vuoto a cui attaccare il nostro atavico orgoglio e quella indisponibilità a osservarsi, a vedere certe evidenze che dovrebbero indurci a raggiungere quel buon senso che ci fa ammettere di aver sbagliato su qualcosa o qualcuno, su idee o principi o semplicemente su noi stessi.

Le confidenze della Bonino sono purtroppo zeppe di coerenza e lasciamo tristezza. Non c’è scarto tra la sua esistenza privata e le ideologie a cui la stessa ha attaccato la sua testimonianza pubblica. La sua vita che un tempo, in gioventù, era rappresentazione incarnata delle sue ideologie, oggi, alla sera della esistenza, è divenuta scalpo delle stesse.

Quando si investe sulla retorica fintamente liberatrice ma fanatica (da cosa, poi, visti i risultati pratici che innesca?), dalla negazione del legame visto come cappio, dall’autodeterminazione scema, idolatrica e priva di discernimento, dall’orizzonte del dono che è anche sacrificio, il prodotto che ne esce – il rapporto con sé stessa, le relazioni, il quotidiano tutt’assieme preso in un arco di tempo lungo quando si parla di una donna che ieri ha compito 67 anni (100 anni a lei e in bocca al lupo per la sua battaglia contro il cancro) e quindi quasi complessivo – è questo.

Una vita assai triste che trova nelle piante da potare in terrazzo l’unica fonte di orgoglio privato.

GR

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