L’eccezione, il capolavoro, la grazia

Il ritratto che fa Costanza Miriano di Elisa va letto non solo perché si legge tutto d’un fiato essendo al solito ricco di grazia e delicatissimo (del resto lei è donna e ha tanto talento, io sono maschio e mestierante, e mi arrangio un po’ su tutto senza brillare in niente) ma anche perché è vero che esistono eccezioni.

Elisa è morta di parto. Un evento straordinario in cui oggi per fortuna inciampa solo una volta ogni ventimila parti. Una fatalità che è anche un appuntamento: quello tra la morte e la risurrezione.
La piccola Maddalena è il segno tangibile della ri-nascita in Cristo grazie a chi, dando la propria vita per lei, ha dato davvero tutta se stessa.

Non ho conosciuto personalmente Elisa, non ho fatto in tempo mannaggia, ho però il privilegio di conoscere una persona della famiglia di suo marito; i suoi racconti – anche lei, come Costanza, nutriva iniziali antipatie verso di lei – mi hanno fatto capire che persona speciale fosse e quanta grazia, nonostante un dolore improvviso e devastante, continua a preservare la famiglia che oggi e per sempre piange Elisa.
Conoscere una famiglia così mentre viene attraversata da uno strazio infinito e riconoscere al contempo che il calvario non si è trasformato in rabbia e rancore ma ha semmai moltiplicato la grazia – una grazia tangibile, basta avvicinarsi e volerla toccare per esserne positivamente contagiati – è un’esperienza che scava dentro,  fa osservare se stessi, e fa capire una volta di più che la differenza la facciamo noi con le nostre scelte, con quella bella ribellione che sviluppa quella attitudine a non piegarsi ai luoghi comuni del mondo – alle sue scorciatoie, ai suoi ricatti – che vogliono impedirci anche solo il tentativo di provare a essere capolavori. In tutto.

Perché, nonostante la propaganda faziosa, spesso parodistica e ridicolizzante che gli irrisolti in servizio permanente effettivo vogliono fare della famiglia, la realtà, a volerla vedere senza lagne esistenziali, ci dice altro e cioè che continuano a esistere le eccezioni non certo intese come famiglie escluse dal dolore o a esso anestetizzate – qualsiasi persona inserita nella realtà sa che non deve inseguire il perfezionismo ma confrontarsi con la realtà e quindi anche con la dolorosità della realtà che è una delle misure che rende la realtà aderente alla verità delle cose – ma che usano la grazia e il dono reciproco dell’altro per non farsi da esso turbare, senza farsi fagocitare, senza che il suo  condizionamento, il suo fortissimo condizionamento, sfiguri l’anima, la blocchi, e la consegni al demonio. Persone che sanno sulla loro pelle che trasformare il dolore in rancore, come se la vita fosse da oggi una vendetta da consumare, è reazione istintivamente facilissima ma non serve, perché nel momento in cui si indugia in questo pensiero si sta diffidando della presenza paterna e misericordiosa che Cristo opera nella vita di ognuno di noi per migliorarla, scegliendo invece di scommettere – consegnandosi mani e piedi –  sul diavolo. Per fare tutto questo, per essere eccezioni e capolavori, serve però convenire su un presupposto indispensabile: da soli nessuno si salva.

GR

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