L’appartenenza rende liberi

«Quid tam tuus quam tu? Sed quid tam non tuus quam tu, si alicuius est quod es?» [S. Agostino]

«Che cos’è così tuo come te stesso? Ma che cosa è meno tuo di te stesso, se ciò che tu sei appartiene a un altro?»

L’appartenenza a un altro essere umano non è il primum. Lo sappiamo e Sant’Agostino ce lo spiega al solito in modo disarmante. Siamo in primis di noi stessi ed è giusto che sia così. Per disvelarsi l’appartenenza ha infatti bisogno di verità e quindi va anticipata dall’autocoscienza sulla propria personalità: cosa vogliamo e cosa facciamo per ottenere ciò che vogliamo. Più il sentimento di sé è profondo, tanto più sarà vero. E tanto più si sarà capaci di appartenere a un altro.

Nei cattolici, poi, la relazione con l’altro è prima preceduta e poi sublimata da una appartenenza originaria, la più dolce che può manifestarsi nell’uomo: l’appartenenza a Cristo. Dentro questo legame col Dio che si è fatto uomo il credente vede nella appartenenza terrena lo sguardo di Cristo sulla sua vita.

Il lievito del senso di appartenenza è lo stupore. Quando un incontro, quindi un evento casuale e non programmato, riverbera stupore, si viene toccati da una grazia speciale che produce un afflato nuovo che fa effrazione alle logiche mercantili che regolano ordinariamente la nostra vita e determina una eccezione: quella del dono gratuito. Nell’economia del dono, gratuito e reciproco, cresce e si fortifica l’incontro e in esso trova nuova linfa e fiducia.

Il frastuono di oggi sovente insonorizza questo stupore e spesso ci distrae. Facciamo fatica a riconoscerlo e a dare a un incontro un congruo valore. E torniamo alla prospettiva cattolica, a quanto sia persino utile vivere anelando l’Altissimo: chi è stato toccato dalla Grazia dell’incontro con Cristo senza sottrarsi al suo abbraccio, conosce il senso dell’appartenenza. Ha il cuore e la mente allenati a riconoscere il valore di un incontro. Lo sperimenta quotidianamente su di sé senza sforzo e senza mai confonderlo col possesso. E trova Cristo anche nell’incontro con l’altro da sé anche nella piena percezione dei limiti dell’amore umano, della fragilità della propria condizione, del dolore che esce da dentro di sé. Incontrando il fatto cristiano, il rapporto affettivo diventa ontologicamente più doloroso e quindi più vero: si accetta una maggiore “dolorosità” proprio perché lo si vuole più vero.

Grazie a Cristo non diventiamo dei masochisti votati al martirio ma uomini finiti e per questo aderenti alla realtà di ogni giorno; una realtà che certo non può sterilizzarsi espellendo le sofferenze ma che ci permette di non esaurire la pazienza e quella attitudine a portare la croce per continuare a vivere nell’unità, sia con Cristo che con l’altro da sé. Un’unità, quest’ultima, non necessariamente sinonimo di corrispondenza ma di verità col legame con l’altro. Fedeltà nonostante tutto, qualsiasi cosa essa sia.

GR

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