DIFFIDARE ORA E SEMPRE DEI MORALISTI

Aneddoto che oggi si può rivelare: Franco Califano amava Paolo Conte e aveva sulle palle Adriano Celentano e Gino Paoli. Io non l’ho mai sentito parlare male di nessuno, per tutti, anche verso cantanti autentici cani morti, vecchi o giovani che fossero, aveva sempre una buona parola, anche solo di incoraggiamento. Nei confronti di quei due no. Un’antipatia non legata a gelosie artistiche, figuriamoci, ma figlia di una vera e propria alterità umana e quindi inspiegabile o comunque capibile fino a un certo punto da chi ascoltava le sue confidenze.

Oggi ho capito il perché. E il motivo ha a che fare con la solita ipocrisia dei moralisti, la vicenda di Paoli è tipica di quelli che praticano il vizio privato ma predicano le pubbliche virtù e hanno la protezione degli ambienti giusti che fanno di loro un santino.

Califano no, era un cane sciolto vero, uno che non bazzicava nessuna parrocchietta. Fu arrestato due volte, la prima negli anni ’70 nell’ambito del caso Chiari-Luttazzi (una serie di personaggi dello spettacolo messi in cella per droga), la seconda all’interno del caso Tortora (inchiesta della magistratura napoletana che accusò falsamente il presentatore di Portobello di essere un boss della Camorra, uno dei più grandi scandali giudiziari degli anni Ottanta) con l’accusa sempre di droga e traffico internazionale di armi.
Lo misero in mezzo. Con quella faccia e quegli atteggiamenti da spaccone ben si prestava a fare il colpevole. E in più era un solitario, uno che non stava al mondo per arruffianarsi la gente. Si sapeva che nessuno, nel mondo artistico, l’avrebbe difeso e condizionato l’opinione pubblica sull’ingiustizia che stava patendo.

Dopo essersi fatto quasi quattro anni di custodia cautelare in carcere, da entrambi i processi alla fine fu assolto con formula piena: il fatto non sussisteva.

Al carcere e alle ingiustizie subite reagì al solito modo, il suo, fatto di ironia feroce «sono finito nel processo di Walter Chiari e in quello con Enzo Tortora: possibile che alla mia età, con la mia carriera, con la mia faccia, non me ne sono meritato uno tutto per me?» o «io so’ stato con 1500 donne e so’ pure poche! Tra cliniche, ospedali, carceri e arresti domiciliari me mancano 10 anni de vita attiva» e con l’arte che sapeva creare come pochi, tipo in canzoni come “Impronte digitali” (https://www.youtube.com/watch?v=ht4jY6_zp3Q) o “Razza Bastarda” (https://www.youtube.com/watch?v=AbWjf3mOu9I).

Non era un santo ma è morto con la fama del poco di buono, del cattivo, del colpevole, del drogato, della persona sbagliata capace di fare più del male che del bene. Non era niente di tutto ciò, anzi. Franco Califano è stata una delle persone più buone mai conosciute. Una bontà che spesso rasentava l’ingenuità. Ma non ha mai fatto la vittima – del resto non aveva il fisico – né il moralista. A differenza di Gino Paoli.

GR

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