La cultura nemica delle donne.

Fare di tutto per avere un figlio. Fino al punto di comprarlo. Fino alle estreme conseguenze. Il prodotto si compra, si vende, si importa, si esporta, si rende se fallato, si sostituisce. Esseri umani trattati come cose.

Se padre e madre sono semplici acquirenti che significato hanno queste parole, prima che dal punto di vista giuridico, da quello simbolico e antropologico? Scomparsa dei significati.

Siamo in India al confine con il Pakistan, nella regione di Gujarat. Qui è stata costruita una vera e propria città delle donne i cui uteri vengono “affittati” a ricche coppie occidentali che pagano trentamila euro e si portano via il bambino chiavi in mano. Le donne vengono cercate nei bassifondi della povertà estrema, pagate con il 10% dell’importo (3000 euro in India sono tantissimi) a gravidanza finita; donne costrette perché ricattate dal bisogno a portare avanti anche otto o nove gravidanze nell’arco di dieci anni. Non hanno tutele né supporti medici, firmano contratti tra le parti che non prevedono nessuna forma di assistenza anche solo economica in caso di malori post parto. In molti casi vengono sottoposte a trattamenti ormonali pericolosi per la salute con l’obiettivo di aumentare la percentuale di successo del concepimento.

In uno di questi centri è morta Premila Vaghela. Aveva 30 anni ed era all’ottavo mese di gravidanza, il figlio, poi, è stato fatto nascere con parto cesareo e consegnato alla coppia acquirente. E va tutto bene, madama la marchesa.

Autorizzare il dominio da parte dell’uomo sulla donna è una pratica ancestrale che offende pesantemente la dignità di quest’ultima, non c’è “modernità” che tenga e  non può essere questo il modo di intendere la modernità, anzi viene spontaneo chiedersi quand’è che le femministe strabiche prenderanno a cuore questa battaglia, opponendosi con parole nette alla mercificazione del corpo femminile.

Perché il piano è quello che la cultura omosessuale, quando non è più orientamento sessuale ma ideologia, è nemica della donna.

Ma c’è un problema nel problema. Perché se una persona per sentirsi genitore deve realizzare il suo desiderio pagando un’altra donna, il valore, e il valore sacro del figlio, non ha alcuna importanza. È il diritto a un figlio che la anima, che la spinge, che la accieca. Quel diritto assurdo che mai, dall’antichità ad oggi, è esistito in alcun codice. E per cui dal punto di vista sociale (e mediatico) quella persona viene trasformata persino in una vittima “più vittima” di colei che ha lasciato la pelle. Come se questa condizione offrisse ad essa più diritti che a qualcun altro.

Perché anche se Premila non fosse morta sarebbe stata lei e solo lei la vittima di questa pratica. Lei e quel figlio comprato, divorato da una cultura che consente a una persona di qualificarsi come genitore, e vantare un diritto precipuo nel volerlo esserlo, solo sulla base di una ossessione che di certo non serve a sanare il proprio vulnus ontologico di non poter essere quel che si è ma che, come tutte le ossessioni, lavora sull’ego. Ha l’effetto placebo di isolarlo, senza crucciarsi di chiedersi, dalla prospettiva del bambino, se tutto ciò sia funzionale all’ «amore» che si pretenderebbe di dare a un figlio. Perché cos’ha a che fare con l’amore una situazione che parte da questi presupposti davvero non è dato a sapersi.

Ciò che purtroppo sappiamo è che Premila non c’è più.

GR

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