Giuliano Ferrara è un selfie.

Giuliano Ferrara se la prende con Mario Adinolfi, cosa che dispiace ma non sorprende. Premessa 1: le faide professionali le ritengo noiose, non mi appassionano, spesso sanno di gossip o di regolamenti di conti legati a ciò che non sappiamo più che a quel che solo pretestuosamente sembra essere l’oggetto del contendere. E quindi non ne parlerò più.

Premessa 2: ritengo Ferrara una delle intelligenze pubbliche più belle che abbiamo in Italia. Lo stimo, e su di lui non cambio idea. Bisogna partire dalla sua intelligenza portatrice spesso di buona polemica per capire i suoi cioccolatini verso Adinolfi, la sua cifra coincide con la consapevolezza ipertrofica di essere molto intelligente, certezza che puntualmente lo fagocita, facendolo cadere nella superbia stile Marchese del Grillo del “io so io, voi nun siete un cazzo”. E’ la sindrome del so er mejo figo del bigoncio, percezione di sé che spesso porta a debordare, a superare o addirittura a escludere il merito delle cose – su cui peraltro ci sarebbe, almeno su carta, buona convergenza – portandolo a concentrarsi sulle persone verso cui incrocia vere e proprie crociate antipatizzanti.

Detta meglio, è uno portato, anche in buona fede, a sposare le cause in funzione della propria vanità, più che a servire le cause in cui crede. Vive nel primato della vanità sull’idea. E’ un po’ la versione intellettuale di quelli che inflazionano il social di selfie senza avere un cazzo da dire.

A Ferrara non interessano le cause ideali – uno intelligentissimo, nel gioco dei contrari, le potrebbe sposare tutte con disinvolta indifferenza e buona persuasione – ma la difficoltà della causa, essendo questo il coefficiente per misurare ciò che di base è smisurato, cioè il suo ego. E quindi una battaglia è buona se la fa lui e solo lui, possibilmente da solo o al più attorniato da attendenti. Ed è nobile se è esclusivamente finalizzata alla mera testimonianza vanitosa della sua grandezza, tipo la lista pazza da 130 mila voti “Aborto? No, grazie”, presentata alle elezioni politiche 2008 alla sola Camera (peraltro dal sottoscritto votata per evidenti ragioni di merito che interrogavano, allora come oggi, la mia coscienza e la mia ragione). Se però alla stessa battaglia si appassionano altri diversi da lui, e lo fanno addirittura con strumenti più incisivi, e con passione e professionismo cercano di radunare un popolo che c’è, allora non va bene, lesa maestà ordita dal cazzeggio analfabeta (le Sentinelle) e difettoso (Adinolfi).

Che nel gioco delle idee si vinca, o si perda almeno con l’onore delle armi, a lui non interessa, perché non crede in niente. Le idee sono per lui una sorta di cacciavite a cui avvitare di volta in volta il suo ego fazioso. Non le serve, semmai si serve di esse. Non avendo un’idea da difendere, non ha quindi una strategia da condividere. E’atrofizzato nell’autoreferenzialità provocatoria, bella, brillante, ma maledettamente velleitaria. A uno così di avere compagni di strada e non attendenti con cui creare relazioni non gliene frega niente. E’ un relativista che gioca con gli assolutismi.

Continuare a leggerlo, sì, ma contestualizzando il suo dire al suo essere. E usare sempre, con lui e con tutti, discernimento.

GR

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