Non esiste la dolce morte, di dolce c’è solo la vita.

Nell’antica Roma, che non era nemmeno così arretrata in termini di cultura giuridica, anzi, un bambino per essere riconosciuto doveva essere librato per aria pubblicamente dal pater familie, pena abbandono del pargolo agli angoli delle strade, preda delle bestie o di chi pretendeva di farlo schiavo. E i genitori, un po’ come la Stagione dell’amore di Battiato che è immutabile, in ogni momento potevano venderlo come schiavo o prostituta (nel caso di bambina). Anche l’infanticidio era culturalmente accettato quindi consuetudinario: i bambini minorati, affetti da handicap, venivano buttavano dalla Rupe Tarpea e tanti saluti. Scartati come cose inutili e difettate. Nella civiltà romana i forti disponevano sui deboli. La dignità di essere considerato persona passava dal giudizio di un altro, di uno più forte.

Al di là delle mie reminiscenze di Istituzioni di diritto romano – esame peraltro sfangato con un anonimo 26/30 – per me la civiltà di una società si misura da come il suo ordinamento giuridico tratta i più deboli e ne preservi, sulla base delle peculiari caratteristiche di ognuna di queste categorie di persone, la dignità che spetta a ogni essere umano.

Ma chi sono i più deboli? I bambini, gli anziani, i malati, i detenuti, tutti i senza voce che possono veder rispettati i loro diritti umani nella misura in cui sta ai forti prima vederli e poi riconoscerli.
Non si può essere al contempo bambini e anziani ma si può essere bambini malati o a maggior ragione anziani malati.
Avete mai sentito parlare di comitati di bambini malati auto organizzati per veder rispettati i loro diritti? No, non esistono. Tocca a noi vedere nel bambino – il debole per antonomasia – un portatore di diritti; diritti che vanno contemperati e non subordinati a quelli degli adulti. Idem per gli anziani malati. Non c’è su piazza la lobby degli anziani malati, spetta a noi adulti forti e sani organizzare la vita anche per loro. E, in entrambi i casi, fare i conti in primis con noi stessi più che con la malattia dei nostri malati. Col nostro egoismo.

Chi vuole l’eutanasia legale non sa di che parla, strumentalizza il terrore, il naturale terrore che ognuno di noi ha verso la sofferenza per plagiarci psicologicamente e con la scusa della “modernità” farci tornare a Roma, non quella di Marino o di mafia capitale ma a quella della Rupe Tarpea.
Parlano a vanvera di accanimento terapeutico, che non c’entra una mazza col suicidio assistito, e ignorano o non dicono che negli Stati in cui c’è l’eutanasia non vengono ammazzati solo i malati terminali ma chiunque genericamente vive una sofferenza insopportabile. In Belgio, Lussemburgo e Olanda – paesi mitici per questi signori – la metà degli “eutanasizzati”, all’incirca diecimila persone, non ha firmato il foglio della richiesta. Ergo: vengono ammazzati un po’ tutti, anche down, bambini deformati, adulti impazziti, e così via. Basta il mal di vivere. Morti vantaggiose per i sani, dispensati dall’appuntamento quotidiano con l’accoglienza del malato che costa fatica immane. Basta un’iniezione di cloruro di potassio e buonanotte ai suonatori. E buonanotte pure a Ippocrate, che col suo giuramento obbliga il medico a curare (o a cercare di curare) e non a scegliere la scorciatoia della morte.

Il punto è il nostro egoismo. Un egoismo che ci vergogniamo a chiamare col nome proprio – abbiamo un problema col linguaggio in questi tempi – e che addirittura camuffiamo con “l’amore”. Tutto è amore: si abortisce il concepito down per amore perché “almeno non soffrirà”; si cavalca l’ipocrisia della “dolce morte” per gli anziani malati perché così “smetteranno di soffrire”.

Il metro per valutare la vita altrui è la qualità della nostra vita ed è sulla base di essa che si vorrebbe decidere di abbassare il pollice verso il sofferente che non vive come noi. E’ tutto un “secondo me” del sano che decide sul malato, quindi un ritorno alla legge del più forte; un autodeterminazione che non spinge solo a scegliere per noi stessi il bene o il male ma sfronda i confini dell’io e decide sul prossimo, sul malato che, morendo, “migliorerebbe” la qualità della nostra vita. Più cinema, più palestra, più ristorante, più scopate. Perché ciò che è centrale nella battaglia di chi vorrebbe introdurre l’eutanasia in Italia è la radice degli intendimenti: il giudizio (giudizio in senso pieno, definitivo, senza appello) sulla qualità della vita del malato è solo il cavallo di Troia per negare che in gioco è semmai la qualità della nostra vita, fortemente ridimensionata dalla presenza del malato: è questo l’egoismo che camuffiamo per amore e che non abbiamo il coraggio di chiamare col nome proprio.

Nell’ansia da perfezionismo figlia delle ideologie ci si convince di poter eliminare dolore e fatica dalla storia dell’umanità, eliminando direttamente la persona. Un capolavoro.
E’ la cultura della morte che viene spacciata per amore e vuole accreditare come socialmente encomiabile e addirittura caritatevole accompagnare una persona malata al suicidio. Legittimare tutto ciò non è moderno, è barbarie culturale che ci trasforma in aguzzini prigionieri del nostro egoismo, incapaci di vedere nel malato una persona da accogliere. Chi vive nel dolore – cosa diversa da essere malati terminali – ha più bisogno di noi e del nostro amore.
Questo è il pensiero unico, questo è il nuovo conformismo che non ragiona ma si spaccia per raffinato, per progressista, e vuol farci ragionare come lui vorrebbe. Ergo, vorrebbe che anche noi non ragionassimo.
A me tutto ciò non piace. Nel 2015 all’Antica Roma non voglio ritornare, e poco male se il tempo si ridurrà e dovrò farmi una scopata in meno.

GR

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