Vade retro, teologo.

Non bisogna nominare il nome di Dio invano, e quindi bisogna stare alla larga dai teologi, gente che farebbe perdere la fede anche a Madre Teresa di Calcutta tra i lebbrosi e che, ogni volta che apron bocca, fanno girare nella tomba il San Paolo della Prima Lettera ai Corinzi che se la prende con la “sapienza dei sapienti, stoltezza di questo mondo”.
Mio malgrado oggi mi è capitato di dibattere con un teologo, uno della liberazione – non quella di ispirazione marxista ma quella di liberazione di Cristo dalla Chiesa – intento a sostenere la necessità di superare i dogmi con il piglio di chi parlava dal pulpito della sua laurea in teologia, che rivendicava in modo gaglioffo come fanno i potenti da niente quando al cospetto del poverocristo di turno dicono “lei non sa chi sono io”, e mostrava attraverso la sua autorizzazione burocratica tutti i suoi trequarti di nobiltà che lo legittimavano a poter dire le migliori panzane.

Secondo questo dottore della Chiesa, Gesù, “non rilasciava Dogmi ma indicava la Fede”.
Una fede disarcionata da qualsiasi credo, e quindi da qualsiasi dogma. Secondo questa versione zuccherosa, Cristo era sostanzialmente un hippy tutto peace&love che spacciava sorrisi e crack su quell’isola di Whight chiamato mondo e non colui che al cospetto di un San Tommaso recalcitrante e voglioso di spaccare il capello in quattro dice bruscamente: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Ed è il concetto di stesso di verità cristiana, fondato sul “mistero della fede” e sul dogma di Gesù figlio di Dio nato da Maria Vergine, a essere di per sé portatore di una concezione dogmatica della Fede.

Il dogma non è una parolaccia o un’anticaglia medievale ma è semplicemente credere in qualcosa incarnato da Qualcuno e ha a che fare con la crescita di ognuno di noi anche in una prospettiva laica.
Quale uomo non è fatto per giungere a delle conclusioni? E in quali cose della vita l’uomo non tende ad arrivare a delle conclusioni? Siamo destinati a essere degli irrisolti?
Cresciamo se tendiamo verso convinzioni sempre più forti, mentre ci involviamo se tutto diventa relativo, e scartiamo tutto per rifiutare sistematicamente ogni forma di convinzione che non sia l’opportunismo dell’Io rispetto alla contingenza del momento.

L’uomo senza convinzioni «regredisce nella indeterminatezza degli animali randagi e la non conoscenza dell’erba», per dirla come l’amato Chesterton.
Gli alberi, certo, non hanno dogmi. E le rape sono assolutamente di ampie vedute.

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