«Parlo da cattolico»

Sarà capitato anche a voi, vero? Quando si parla con certi cattolici di determinati temi arriva la premessa del “parlo da cattolico”, puntualmente succeduta dalla propria vaccata fai da te in totale contrasto con la dottrina (non è una parolaccia) bi-millenaria della Chiesa. Dottrina che, evidentemente, non va presa sul serio e alle lettera. Non sia mai.

Se Cristo avesse “parlato da cattolico” come voi, dicendo quello che il mondo avrebbe voluto ascoltare per ricevere due applausi, avrebbe fondato un sindacato o il Movimento Cinquestelle invece è quello del “Questo parlare è duro, chi lo può ascoltare?” (Giovanni, 5,2.60). E infatti ha fondato il Cristianesimo, la più grande rivoluzione della storia dell’umanità per parafrasare le parole di un ateo come Benedetto Croce.

“Parlare da cattolico” ha a che fare con l’autocertificazione, parente di primo grado dell’autoassoluzione ma agire, in primis sulle proprie convinzioni mondane, è invece altro e ha a che fare con la testimonianza. E testimoniare è più faticoso, è mettere da parte il “secondo me” del “parlo da cattolico” ed è anche più costoso perché la pena – se di pena poi si può parlare – è convivere con l’isolamento dal “giro giusto”.

Per anni sono stato lontano dalla fede. Battezzato – così mi han detto – ma solo per convenzione. Non ho mai visto il mio certificato di battesimo né saprei ritrovarlo. Da quando sono tornato a “Casa”, la Sua Casa, considero la Chiesa madre adottiva e maestra, perché amo le belle storie, quelle lunghe, e l’idea che da oltre duemila anni vi sia una cosa ferma che sa muoversi nel tempo senza farsi dominare dal tempo. Perché penso che il meglio di quel che amo – il credere, il dubitare, il peccare, il pentirsi, la santità, il sensuale, il realismo, l’eterno, la carne come il casto, l’eternità, l’umorismo e l’ironia, l’incontro della fede con la ragione, insomma la vita tutta, intesa come speranza misteriosa e caduca della nostra esperienza terrena – sia meglio custodita per il cuore e meglio ispirata per la ragione al cospetto di una Croce più che nei giri giusti del secolarismo conformista.

Una croce che va abbracciata tutta senza distinzioni, senza pensare che la fede nella croce corrisponda a quel che un tempo era l’adesione ai gruppi parlamentari dei partiti della Prima Repubblica, come se noi tutti fossimo indipendenti eletti nel partito X che, senza tessera, rivendichiamo libertà di coscienza sul tema Y in difformità dalla linea del partito che ci ha candidati ed eletti. Qui non ci sono tessere né un partito da cui potersi distanziare ma Cristo: o si è interamente suoi nella certezza che questa sia la strada migliore anche quando è difficile percorrerla, o si è solo sepolcri imbiancati che vedono la fede come una forma di superstizione sentimentale. Alla stregua del corno portafortuna sempre nella solita tasca.

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