Papa Francesco e gli atei.

RANCESCO E GLI ATEI.
Riascoltavo il messaggio pasquale espresso ieri in piazza San Pietro da quello che è il mio Papa e che devo farmi piacere, sforzandomi di affrancarmi dal “secondo me” e andare verso l’obbedienza piena.
Non è facilissimo farlo, le personali riserve su questo pontificato restano, ma l’unica opzione razionale per un credente resta quella di rimettersi alla volontà dello Spirito Santo che ha scelto Bergoglio come successore di Pietro, e anche se la logica di questa scelta resta imperscrutabile ai miei limiti, è cosa buona e giusta confidare nella possibilità di aver torto anche se si è convinti che oggi il mondo più delle banalità non è in grado di comprendere e Bergoglio – gesuita finissimo ma volutamente banale – è tra i prodotti più tangibili di questa constatazione. Ma non è questo il punto.

Il punto – sgranato in una serie di domande – sono gli agnostici e gli atei veri (ad esclusione quindi di decerebrati e depensanti vari, intolleranti del pregiudizio, bimbiminkia, banali pauperisti e moralisti straccioni): ma a loro non manca un po’ Benedetto XVI? Cioè, un ateo che riconosce solo il primato della ragione trova stimolante questo papato? Ha pretesti non dico per convertirsi ma anche solo per farsi insinuare dal messaggio cristiano? L’identità di un Papa, il messaggio che vuol veicolare, è un dettaglio indifferente rispetto alla potenza del Verbo? Un Papa può valere come un altro?

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