In dubio, contra reo.

Leggo solo ora le risultanze di questa denuncia (http://www.iltempo.it/cronache/2014/04/01/quante-diagnosi-sbagliate-sui-feti-lo-spettro-di-troppi-decessi-inutili-1.1235809?fb_action_ids=10203481873750249&fb_action_types=og.recommends) censurata da un’opinione pubblica che per insipienza o malafede è più impegnata a dare eco alle paranoie di Zagrebelsky e Rodotà sulle tirannidi alle porte. Leggo di diagnosi sbagliate, di cose aberranti, di prepuzi etici ormai superati da una medicina abbastanza in fuorigioco e da una fede nella storiella sull’autodeterminazione che è emancipatoria solo dal senso del limite, e che fa tenerezza ai limiti della pietà.

In presenza di diagnosi che hanno limiti incapaci di stabilire certezze, si eliminano embrioni sani – tanto è “materiasolomateria” che non può che essere indistintamente assoggettata alle regole sacre delle nuove chiese chiamate laboratorio – perché la missione non è più aggredire la malattia e (tentare di) vincerla ma guardare in cagnesco l’uomo ed eliminare quello presuntivamente cattivo che fin dal principio manifesta “colpe genetiche”. Il tutto nella saldatura culturale tra gli sceriffi che stazionano dentro questi laboratori e le umanità che li presidiano: una umanità con la coscienza perennemente in ferie e condizionati dall’equivoco che l’arbitrio edonista e l’emancipazione farlocca possano essere spacciati per libertà e addirittura per pietà. Un imbroglio. Che però uccide tutti.

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