Le critiche a Renzi vanno fatte. Ma sul Titolo V.

Renzi si può e si deve criticare, ma finora si è sbagliata mira o ci si è affidati a cecchini strabici. I punti critici delle riforme istituzionali promosse da Renzi non risiedono nella proposta di rendere il Senato non elettivo né nell’accentramento dei poteri nell’esecutivo, né nei pericoli di degenerazione piduista denunciato da certe vestali faziose ma in quello che non si dice: un non detto che di fatto fa da sponda alle strumentalizzazioni dei cecchini strabici. L’impianto di rendere il senato non elettivo, di far mancare il rapporto di fiducia col governo, la necessità di non votare il bilancio dello Stato, fanno finalmente uscire l’Italia dall’equivoco che solo la legittimazione elettorale possa garantire quella politica. Sono un bene e non sono questi i punti di critica. 

La nota dolens è nella proposta di riforma del Titolo V, che è una riforma manco per niente visto che ha più i tratti di una abrogazione sic et simpliciter di ogni forma di governo dei territori per un ritorno al centralismo puro, che di una riforma che valorizzi la specialità dei territori. Negli anni mi sono convinto che solo un vero federalismo (e quindi non l’attuale titolo V, che di fatto è una forma di centralismo periferico) possa tenere unita l’Italia ed evitare rigurgiti secessionisti che per quanto giullareschi esprimono disagi veri, e devo dire che le idee di Renzi sono sull’argomento sorprendentemente confuse; una confusione aggravate dalla constatazione che l’attuale presidente del Consiglio è uomo proveniente dal territorio e formatosi politicamente negli Enti locali.

L’attacco che viene fatto al Titolo V sta passando sotto silenzio nonostante abbia una natura quasi eversiva, visto che il progetto di riforma, mira a cancellare tutte le competenze legislative devolute attualmente alle Autonomie locali con lo Stato che si riprenderebbe tutto il potere di disciplinare sulle materie. Nel progetto, le autonomie prima vengono accomunate in una accozzaglia che parifica le regioni ai comuni, poi svuotate di ogni potere legislativo e in ultimo ridotte a organi esecutivi e meramente amministrativi. L’ effetto accentratore – non come inteso dalla cricca di Libertà e Giustizia –  sarebbe quindi nei fatti, plasticamente rappresentato dalla presenza di una “Cameretta” delle Autonomie di mera testimonianza. Come dire: prima avevamo le Regioni senza Camera, ora la Camera senza le Regioni, perché tutto il potere passa al centro dello Stato, svuotando la periferia.

La conseguenza di tutto ciò è duplice: da una parte, e in modo anti-storico e immotivato, si ingrassa la macchina statale, tutto viene centralizzato, e quindi tutto è più lento, più burocratico e meno rispetto della storia italiana fatta da tante specialità e delle esigenze, tutte diverse, dei singoli territori.  Dall’altro, questo organizzazione dal punto di vista politologico determina – questa volta sì – un accentramento dei poteri perché di fatto vien meno la divisione verticale del potere – che è quella che conta veramente – come strumento di controllo dello stesso, visto che le autonomie locali vengono asfaltate quasi al limite di essere paradossalmente solo funzionali alla composizione del nuovo Senato delle autonomie visto che di fatto viene abrogata ogni legittimazione territoriale e ogni specializzazione dei loro precipui ruoli.

 

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