La mela e le carceri italiane.

Entro il 31 maggio l’Italia dovrebbe conformarsi alle prescrizioni della Corte Europea dei diritti umani in materia di diritti carcerari e affrancarsi dalla sua condizione di primo criminale a causa della condizione di sovraffollamento strutturale delle nostre patrie galere. Pensavo così al certificato del casellario giudiziario dell’umanità, a quel destino che ci condannata alla caducità eterna a causa di quella mela e dalla corruzione perpetrata da una serpente. Una pena spaventosa, sproporzionatissima se ci pensate, assai ingiusta per chi, come me, come tutti, si sente predisposto ai piacere dell’Eden, alla possibilità di condurre un’esistenza illimitata, libera da acciacchi e turbamenti, magari accompagnata dalle grazie delle giuste compagnie buone a lenire le lungaggini che a pelle sembrerebbe trasmettere l’eternità. Una condanna che riduce ogni pensiero sull’eternità terrena al rango di sega mentale. 

La condanna che patisce l’umanità per il suo destino è però un utile pretesto per il confronto tra l’essere e il dover essere, tra come dovrebbe essere un sistema giudiziario non dico moderno (termine orribile) ma almeno passabilmente civile e il sistema giudiziario italiano.
Alla possibilità, quindi, che qualsiasi sanzione possa essere mitigata con il trascorrere del tempo, che può aiutare a perdonare ma anche ad aiutare il reo, a redimerlo dall’errore e contribuire alla crescita di quel lievito del perdono dell’offeso legato al pentimento dell’offendente; che la buona condotta possa essere premiata con il godimento di alcuni benefici premianti; che i malanni consequenziali alla nostra dannatissima condizione di originaria precarietà, con un alleggerimento delle restrizioni. E così via. Il nostro sistema giudiziario invece è altro: non è neanche passabilmente civile perché semplicemente tortura. Da noi la pena vale per tutti ed è per tutti uguale (il nostro vanto in fondo è la retorica che “la legge è uguale per tutti”) buoni o cattivi, sani o malandati, senza sconti. Anzi, col passar del tempo, siamo condannati a subirla con maggior peso a causa di quella mela da cui neanche i Santi sono immuni e riempie di senso la percezione che la giustizia terrena nella variante italiana è quanto di più prossimo alla ingiustizia camuffata (e quindi alla ipocrisia) a causa dell’alto tasso di sommarietà che alimenta la sua logica. Ma lei non se ne accorge, continua a sentirsi come il Padreterno, non si redime, ma anzi rilancia e persevera nella megalomane ambizione di poterci continuare a trattare, anche lei, come Adamo ed Eva, come mele, come serpenti.

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