Andare a vivere in affitto.

 
Metterei tasse altissime sulle prime case acquistate dai più giovani che non sanno quel che fanno. Le tasse non saranno bellissime (giammai!) ma possono essere educative per aguzzare l’ingegno. Anche i minuetti in cui si sono avvitati tutti gli ultimi governi, con annessa rincorsa all’acronimo da coniare, cassare e poi reintrodurre, (Imu, Tares, Tasi, e l’elenco, temo, sia provvisorio), per chiamare ciò che brutalmente è una patrimoniale sulla mera proprietà, possono essere la stura per aprire finalmente anche in Italia un dibattito nuovo sulla casa, più “metapolitico”, legato a una cultura diversa che vede l’acquisto della prima casa – quella, per intenderci, in cui si vive – un “non investimento”.

L’acquisto della prima casa non è un investimento, e non lo è mai a prescindere dalla propria capacità finanziaria. 

Questa concezione culturale della casa, è il risultato di cinquant’anni di politiche pubbliche  incentrate sulla incentivazione alla proprietà; politiche che hanno prodotto quel nesso tra  ricchezza delle famiglie e possesso della casa. Se attualmente il dibattito sulla casa è incandescente è a causa del fatto che l’80% dei nuclei familiari ne possiede almeno una. Ergo: gli italiani, anche in un periodo di crisi economica, sono percepiti complessivamente ricchi dal punto di vista patrimoniale (siamo addirittura i più ricchi d’Europa a causa della casa) e anche se percepiscono redditi bassi restano facilmente ricattabili da uno Stato che ha gioco facile nell’aggredire il prodotto delle sue politiche e che per sua natura resta un bene economicamente certo, solido e duraturo. Di contro, quell’80% di famiglie che ha sopportato anni di sacrifici per spegnere il mutuo e acquistare definitivamente la casa, non ha nessuna alternativa se non l’accettazione supina di tasse e balzelli che ne sublimano la rivendicazione della proprietà. E così il cerchio si chiude.

Il culto della casa di proprietà, che resta tutto italiano, oggi andrebbe derubricato ad anticaglia; a fotografia di un’Italia che non esiste più, al pari della Biachina Autobianchi e del Motorola StarTac.

Primo totem da abbattere: la prima casa di proprietà non è un investimento e non si rivaluta, anzi.  Nell’Eurozona (fonte indicatori Bce), i prezzi del mercato immobiliare, sono ai minimi da sette anni ad eccezione della Germania, unica nazione con valori in controtendenza ma dove – guarda un po’ le coincidenze – la maggior parte delle famiglie vive in affitto. La casa, infatti, è, oggi più che mai, un bene estremamente volatile e resta un bene fisico soggetto, in quanto tale, a distruzione, a grave danneggiamento, a calamità, ed è inoltre un bene esposto a dinamiche locali e di sistema del tutto imprevedibili e ingovernabili dal proprietario.

Ancora, la casa di proprietà è sempre una passività, non porta soldi ma li leva sempre per 2 ragioni banali: 1) con manutenzione e tasse e 2) con quel debito pluridecennale contratto per buona parte di tutta la vita chiamato mutuo che fa della banca la vera proprietaria della casa e che di fatto compromette per tutto il resto della vita la possibilità di contrarre debiti per investimenti più strategici rispetto a un mutuo per la prima casa che porta solo passività.

Restare attaccati a tutto ciò, significa non capire come (e dove) si muove il mondo e crogiolarsi in meccanismi distorsivi, diseguali e pessimistici. Significa votarsi alla rassegnazione che, nel caso della casa di proprietà, dura obtorto collo per forza tutta la vita. Bisogna affrancarsi da questo ricatto psicologico e segnare discontinuità verso la tendenza a immobilizzare denari sulla prima casa. Meglio l’affitto quindi, che preserva la possibilità di chiedere un prestito bancario per i veri investimenti forieri di attività. E quindi, anche se potete permettervela una casa di proprietà, lasciate perdere.

Non tutto quello che si può fare, si deve fare. Siate tedeschi.

 
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