La Casta delle quote rosa.

Lo so. Coi se e i ma non si fa la storia, ma il post è breve e quindi, per pochi minuti, giocare con le subordinate canagliesche si può.

Se fossi donna non solo sarei contraria alle quote rosa ma mi batterei soprattutto contro le quote rosa in politica.

Senza volerla buttare in antropologia, senza voler analizzare in cosa consta il contributo peculiare della donna-parlamentare, cos’è l’affermazione delle quote rosa se non una grande discriminazione che la donna impegnata nelle istituzioni perpetua a quelle donne non impegnate in politica? Se la politica è lo specchio della società, in quale settore economico-produttivo la donna gode di un posto al sole per il sol fatto di essere donna? Ve lo dico io: nessuno.

Nessuna donna fuori dai palazzi può essere apprezzata e valutata per elementi che prescindono dai meriti e dal valore individuale.

E allora che c’entra il femminismo di Stato? Perché la politica si arrocca e gioca in difesa tenendo bordone a una idea di società descritta surrettiziamente in modo molto più arretrato rispetto al mondo reale?

L’unico prodotto delle quote rosa è acuire la distanza tra la politica e tutto il resto del mondo produttivo e consolidare l’equazione Casta=politica nella misura in cui si constata l’impegno delle istituzioni a varare guarentigie ad hoc per tutelare solo ed esclusivamente la posizione delle sue consociate.

Senza se e senza ma.

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